Thomas Heywood.
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UNA DONNA UCCISA CON LA DOLCEZZA.
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Titolo originale: A Woman Killed with Kindness. 1603.
Traduzione di: Carlo Linati.
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1945. Rosa e Ballo Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Delicato dramma del 1603, contributo davvero originale e in anticipo sui tempi al filone della tragedia domestica. Al centro la tragica vita di unadultera perdonata dal ricco marito sul letto di morte. La donna aveva ceduto allinsistente corte di un amico del marito, gi da lui beneficato. Il marito, sorpresi gli amanti, scaccia la moglie e la manda a vivere in un castello vicino dove potr avere tutto, tranne la vista dei figli e di lui stesso. La donna ne muore di crepacuore.
In parallelo si svolge la vicenda del fratello di lei che rinuncia alla vendetta su un suo nemico ottenendo lamore della sorella della sua vittima. Capolavoro del teatro elisabettiano. Trasposto cinematograficamente nel 1978 per la regia di Sandro Sequi. Nel 1967 era stata trasposta in opera musicale da Roberto Hazon su libretto della moglie Ida Vallardi.
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L'AUTORE.
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Thomas Heywood (Lincolnshire, 1573  Clerkenwell, 1641)  stato un drammaturgo inglese.
Sono molto scarse le notizie biografiche su questo autore, cos come sono andate perdute tutte le sue opere giovanili.
Se in vita i suoi lavori non gli procurarono successo e popolarit, con il passare del tempo fu rivalutato e la critica lo accosta spesso a Shakespeare.
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Indice.
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INTRODUZIONE.
DRAMATIS PERSONAE.
ATTO PRIMO.
Scena 1. Sala in casa di Frankford.
Scena 2. Un cortile.
Scena 3. Aperta campagna.
ATTO SECONDO.
Scena 1. Lo studio di Frankford.
Scena 2. Stanza di prigione.
Scena 3. Una stanza nella casa Frankford.
ATTO TERZO.
Scena 1. Una camera nella casa di Sir Charles Mountford.
Scena 2. Atrio nella casa di Frankford.
ATTO QUARTO.
Scena 1. Camera nella casa del vecchio Mountford.
Scena 2. Una cella della prigione.
Scena 3. Camera in casa di Frankford.
Scena 4. Altra parte della casa.
Scena 5. Al di fuori della casa di Frankford.
Scena 6. L'atrio della casa di Frankford.
ATTO QUINTO.
Scena 1. Ingresso della casa di Sir Francis Acton.
Scena 2. Una camera nella casa di Frankford.
Scena 3. Strada di campagna.
Scena 4. Davanti al Castello.
Scena 5. Una camera del Castello.
Scena 6. Camera da letto di Mistress Frankford.
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Fine Indice.
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INTRODUZIONE. di CARLO LINATI.
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Fra i drammaturgi elisabettiani dell'et di Shakespeare, Thomas Heywood (1575-1641) fu fra i pi fecondi. "Io ho messo mano, o almeno un dito, in dugento e venti drammi" ci assicura nella prefazione d'una sua commedia. Numero forse esagerato se si pensa che sono appena ventitre le commedie e i drammi suoi che ci sono pervenuti. Vero , per, che in quell'istessa prefazione egli ci dice che parecchi di essi passando per le mani di vari attori andaron perduti: cosa di cui egli non sembrava tuttavia darsi troppo pensiero.
Li scriveva unicamente perch fossero recitati: era uomo tutto di teatro, che compiva allegramente la sua bisogna di produrre scene per la Compagnia di cui, come Shakespeare, era anche attore e che agiva sul Red Bull Theatre, teatro popolare d'allora: n pare avesse ambizioni maggiori.
Era scrittore rapido, all'improvviso, faceto. Componeva molti dei suoi lavori vagabondando di taverna in taverna, annotando la vita che gli ferveva d'intorno e intendeva solo di far ridere e commuovere il pubblico. Eccelleva sopratutto nella rappresentazione della vita domestica dei suoi tempi dove metteva una specie di festosa e irruente cordialit, a volte degenerante nella farsa e nel grottesco. Charles Lamb che l'ebbe caro, lo chiama uno Shakespeare in prosa. E aggiunge: "Egli non possiede l'imaginazione dello Shakespeare ma in tutte quelle doti per cui lo Shakespeare merit il titolo di gentile, non gli fu inferiore: generosit, cortesia, moderazione nel raffigurare il tumulto della passione: in una parola, dolcezza e gentilezza".
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L'Heywood non ebbe dunque la maest crudele e scultoria del Webster n la straripante sensualit del Ford, ma forse fantasia pi ricca, maggior vena e abilit nell'imbastir scene, intrecci e battute piene di trovate bizzarre. Il suo umorismo che, specie nel dramma che presentiamo, serba ancora il sapore di quella gioconda cristianit delle Miracle's Plays,  sereno, chiassoso, pronto a dar subito di volta in un'ondata di sentimenti umani e cavallereschi. "Drollery and passion" potrebbe essere il motto per questo scrittore di drammi che pareva incarnare lo spirito di quell'Inghilterra dei Tudor, tra puritana e sensuale in cui le violenze della Rinascenza, la vita sfarzosa delle corti si mescolavano a un'atmosfera febbrile di dibattiti religiosi e che portarono appunto all'instaurazione del protestantismo elisabettiano.
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I suoi drammi, nel loro complesso, sono organismi alquanto semplici e bonari. I suoi soggetti sono la pi parte tolti dalla vita cotidiana: le scene non hanno sviluppi elaborati n di sovente vi figurano caratteri vigorosamente scolpiti o situazioni sgorgate da una concezione filosofica della umanit o della natura. Ma dappertutto vi  profusa un'ammirevole ricchezza di intuizioni e d'invenzioni sceniche e le battute di un humour sano e vivo o ricche di fresca commozione domestica sono a mille nei suoi drammi.
Questa sua allegra versatilit fa s che di tante sue opere, una sola pu dirsi anche oggi propriamente vitale: "A Woman killed with Kindness". "Tutta l'abilit ch'egli ebbe nel ritrarre la vita intima della societ inglese d'allora" afferma un suo biografo "la sua facolt di saper inalzare la prosa fino alla soglia della poesia mediante l'intensit dell'emozione, la sua semplice arte di metter a nudo i nervi della passione, in questo dramma appaiono in tutta la loro pienezza.  una commedia domestica che ci commuove come una cosa vera. Le sue scene possono esser scene d'ogni giorno".
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Il gentiluomo Frankford  la figura dominante della commedia. Nella sua umana sofferenza, nella nobile dignit con cui egli affronta e sopporta il tradimento della moglie da lui teneramente amata e che poi si trasforma in vitale sentimento di giustizia e di punizione, questo carattere ha qualcosa di virilmente cavalleresco e di profondamente umano. Anche il personaggio di Wendoll  felicemente scolpito, e noi assistiamo alla lotta che avviene nell'animo di questo manigoldo fra il sentimento di gratitudine verso il suo benefattore e la subitanea passione sensuale per la giovine sposa di lui, che lo "invade come un oceano, rovesciando le dighe ch'egli aveva eretto contro la sua furia". Meno felicemente disegnata ci sembra, nel suo complesso, la figura della giovine moglie adultera: troppo improvviso  il suo passare dall'affetto pel marito all'amore per Wendoll: ed anche la sua morte, resa qua e l con bellissimi tocchi di strazio, ci sembra alla fine un po' troppo semplice e sbrigativa.
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Ma l'Heywood era uno scrittore che voleva far svelto e non s'indugiava intorno a situazioni e caratteri che non gli venissero di primo balzo: e procedeva dove lo guidavano il cuore e la fantasia. Tutto il dramma  tuttavia pervaso da un alto senso di verit umana, le scene son piene di naturalezza e di vigore. Quasi senz'avvedersene, per i sentieri semplici e verdeggianti di questa poesia dimessa e prosastica ci ritroviamo a prender viva parte ai casi di questo povero Master Frankford; quasi fossero i casi di un nostro buon amico di casa.
Anche Heywood, come la maggior parte dei drammaturgi inglesi del diciassettesimo secolo, attinse parecchi dei suoi intrecci ai novellieri italiani del tempo. Per esempio, l'intreccio secondario del nostro dramma (quello che, a sconto del debito di riconoscenza per colui che lo ha liberato dal carcere, Sir Charles offre in dono la sorella)  attinto di netto a una novella del Bandello, rimaneggiato poi, pi tardi dal senese Sermini. Dell'intreccio principale non troviamo tracce precise nella nostra novellistica. Tuttavia in quel curioso sistema di castigo usato da Frankford verso sua moglie si potrebbe scorgere una vaga reminiscenza della Griselda boccaccesca o anche, se si vuole, di quell'altra novella del Boccaccio in cui lo scolaro Rinieri si compiace di far languire la crudele Elena ignuda s'una terrazza al sole per punirla di aver fatto passare a lui un'intera notte di gennaio nel suo cortile. Questi sistemi di vendette un poco sadiche dovevano esser di moda nelle rappresentazioni e forse nei gusti del tempo. In ambedue i casi i mariti o gli amanti offesi nell'amore hanno adottato per punire la donna la legge del taglione, castigandola, con una specie di voluttuosa perfezione, nel corpo e nell'anima.
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L'Heywood produsse vari tipi di commedie o drammi storici, domestici, romanzeschi. Dei ventitre che ci restano, quattro sono storie drammatizzate da antiche rozze cronache inglesi, intramezzate da episodi comici e patetici. Vi sono poi commedie che sono prive di quell'elemento romanzesco ch'egli soleva aggiungere alla vicenda del dramma domestico come Late Lancaster Witches e Wise Woman of Hogsdon. Quest'ultimo s'imposta sulle gherminelle di una cartomante, il primo svolge scene di stregoneria. In Fortune by Land and Sea, The English Traveller, The Fair Maid of Exchange spiega la sua predilezione per casi e interni casalinghi, specialmente della vita di campagna e per avventure di capitani inglesi sul mare. In tali pitture d'ambiente egli era veramente signore, e si potrebbe chiamarlo un Hogarth della commedia.
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Scrisse pure drammi mitologici e classici, come era venuto di moda dopo i primi adattamenti inglesi dalle commedie italiane foggiate di sui modelli di Seneca, Plauto e Terenzio. Il migliore di questi drammi  il Rape of Lucrece, sorta di tragedia burlesca o cronaca dialogata del ratto di Lucrezia, moglie di Collatino e densa di fatti d'ogni genere (la morte di Servio, il viaggio di Brutus a Delfo, il delitto di Tarquinio etc.). Ma i caratteri sono alquanto insignificanti. Il pi originale  quello di Valerius, "the merry lord among the Romains peers". Questo nobile romanzo non fa che cantare, si esprime a canzoni di taverna, a nenie funebri, a canti d'amore e di strada, improvvisando facezie e nomignoli su tutti e tutte e in ogni occasione: una geniale parodia della romanit. Golden, Silver and Brass  un'altra commedia in cui Heywood ha drammatizzato antiche leggende, seguendo Omero ed Ovidio.
Della sua vita poco si sa. Era nato nel Lincolnshire e, sembra, da buona famiglia. Cominci a scrivere pel teatro nel 1596, e nel 1598 lo troviamo gi assoldato come attore nella compagnia dell'Haslowe. Sembra che vivesse sino a tarda et, ma ignoriamo l'anno della morte. Le sue commedie erano spesso rappresentate al Red Bull's Theatre, uno dei pi vecchi di Londra, frequentato anche da Giacomo Primo e dalla sua corte.
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Due parole sulla versione.
Il dramma  parte in prosa, parte in versi, com'era costume del tempo, ed a me  parso miglior cosa, per non toglier la rude grazia e il profumo dell'originale, ridurlo tutto in una prosa quanto meglio m' riuscito, schietta, calda e poetica. Inoltre debbo dire che talvolta, per non sacrificare il senso e il buon gusto, ho tradotto un poco arbitrariamente, consentendomi d'abbreviare qua e l e riassumere: e ci specialmente nella scena 3a dell'atto II e nella 2a dell'atto III dove, trattandosi di scene di caccia al falcone e di gioco, alcune parole ed espressioni usate dall'autore sono oggi affatto scomparse.
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CARLO LINATI.
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UNA DONNA UCCISA CON LA DOLCEZZA.
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DRAMATIS PERSONAE.
Master Frankford.
Sir Francis Acton, fratello di Mistress Frankford.
Sir Charles Mountford.
Master Wendoll, amico di Frankford.
Master Malby, amico di Sir Francis.
Master Cranwell.
Shafton, falso amico di Sir Charles.
Il vecchio Mountford, zio di Sir Charles.
Tidy, cugino di Sir Charles.
Sandy.
Roder.
Nicholas.
Jenkin.
Roger Brickbat.
Jack Slime.
Spigot, dispensiere.
Lo Sceriffo.
Un Sergente, un Guardiano delle carceri, Officiali, Falconieri, Cacciatori, un Birro, un Cocchiere, Carrettieri, Servi e Musicanti.
Mistress Frankford.
Susan, sorella di Sir Charles.
Cicely, cameriera di Mistress Frankford.
Cameriere, Ragazze.
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Scena al nord dell'Inghilterra.
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ATTO PRIMO.
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Scena 1. Sala in casa di Frankford.
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Entrano Master Frankford, Mistress Frankford, Sir Francis Acton, Sir Charles Mountford, Master Malby, Master Wendoll e Master Cranwell.
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SIR FRANCIS: Un po' di musica qui. Nessuno fa danzare la sposa?
SIR CHARLES: S, s'ella volesse danzare "Il ballo delle lenzuola". Ma quello  un genere di danza che ci penser suo marito a fargliela ballare.
WENDOLL: Non  la danza che tutti han da danzare, secondo la ballata.
SIR FRANCIS: Musica oh! Con tua licenza, sorella, e con quella di tuo marito, la mano che quest'oggi ti  stata offerta in chiesa voglio scambiarti con la mia. Musica! Questa musica di nozze mi mette il diavolo indosso.
FRANKFORD: Sgambetta pure che tu sei libero e leggero, che quanto a me il matrimonio m'ha ormai legato i piedi.
SIR FRANCIS: No, no, devi danzare tu pure, cognato.
SIR CHARLES: Master Frankford, voi siete un uomo beato e gran gioia accompagna il vostro maritaggio. Vi siete tolta in sposa una fanciulla ricca di tutte le pi belle qualit, altamente ornata di mente e di corpo. Nobile di nascita, ebbe tale educazione qual s'addirebbe alla figlia d'un principe. Conosce ogni lingua e la sua mano sa apprendere a ogni strumento le pi belle modulazioni. In una parola, per compir sua lode, essa  la pi giovane figlia di Bellezza e Perfezione.
FRANKFORD: Se non conoscessi la tua probit e il tuo casto sentire potrei anche esser geloso di queste tue lodi, Sir Charles.
CRANWELL: Egli non disse cosa che voi non possiate approvare.
MALBY: N elogi che non le sien dovuti.
MISTRESS FRANKFORD: Io vorrei che le vostre lodi trovassero un tema pi adatto delle mie povere bellezze; ma tali qual sono se piacciono a mio marito garbano anche a me, sua moglie. Il suo contento  come lusinghevole specchio che fa il mio viso pi bello persino ai miei occhi, mentre il pi tenue cipiglio sulla sua fronte appassirebbe le fiorenti rose delle mie guance.
SIR FRANCIS: Gi cos brava sposa, e dolce e paziente. Come strano suona il nome di marito sulle tue labbra, o sposata appena da tre ore! E questo  bene, sorella. Gran merc, cognato, ch'ella gi ti sia cos devota, e "caro marito" ti chiami e ti faccia inchini fin dal primo giorno! Notate, notate questo voi, scapoli, che non mai aveste grazia d'uomini decenti.
FRANKFORD: Tua sorella, Sir Francis, non ha preso da te. Tutto il suo selvaggio sangue tuo padre in te lo trasfuse, e tu sei suo erede in tutto: ma tua sorella ebbe in dote la modestia di sua madre.
SIR CHARLES: Nobile signore, in qual felice stato tu vivi. A te  diletto questa mattina di nozze che per molti sarebbe stato grave fardello a portarsi e costei che tu sposi non ti sar certo d'ingombro; anzi ti si adatta come abito ben fatto nel quale il sarto abbia profuso tutta la sua arte e non come stretto vestito gi di moda e da portarsi d'estate. Essa non  catena che t'abbia a stringere il collo come un giogo, ma come collana d'oro che tu puoi portare per bellezza. Vi adornate reciprocamente e le vostre mani son compagne. C' parit in questa bella unione. Ambedue giovani, ambedue colti e di alta casata. Direi che c' una musica in questa vostra simpatia e che comporta un'egual sorte e aspettazione di molta gioia che Iddio vi vorr concedere da questo primo giorno sino al vostro dissolvimento totale.
SIR FRANCIS: Ma ormai vi abbiam trattenuti qui fin troppo, mio cognato. Adesso in salone! Andate a salutare gli ospiti, che altrimenti potrebbero dubitare di esser ben accolti e tacciarti di scortese.
FRANKFORD: E cos io vi lascio qui a godervi le danze.
MISTRESS FRANKFORD: E cos far io.
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(Exeunt Frankford e Mistress Frankford.)
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SIR FRANCIS: Ed ora, belli miei, mentre i musicanti accordano i loro strumenti e giovinotti e ragazze del paese, con nastri e pizzi nei capelli, danzano gighe e rond, che farem noi? Udite, udite come son tutti scatenati e che gran da fare si dnno come cavalli da mulino a prillare in tondo, e certo non in punta di piedi. E fan capriole non senza qualche tonfo. Vedrete domani il pavimento come vorr esser tutto scalfito dai loro scarponi!
SIR CHARLES: Bene, lasciamoli al loro tripudio. Sir Francis Acton, voglio fare una scommessa con voi. Trovatevi domani a Chevy-Chase: voglio lanciare il mio falco col vostro.
SIR FRANCIS: E per quanto?
SIR CHARLES: Per cento sterline.
SIR FRANCIS: Datemi garanzia in oro.
SIR CHARLES: Ecco qua dieci "angeli" in monata d'oro. Domani son certo mi renderanno tre volte tanto su l'ali del mio falco.
SIR FRANCIS: Patto conchiuso. Ed ecco qua altre cento sterline sui vostri cani. Accettate, Sir Charles?
SIR CHARLES: Accetto. Eccovi la mano. Cento sterline sulla prima corsa.
SIR FRANCIS: Fatto.
WENDOLL: Scommetto dieci "angeli" sul falco di Sir Francis Acton e altrettanto sui miei cani.
CRANWELL: Io sto per Sir Charles Mountford: conosco bene il suo falco e il cane. Ambedue provati.
WENDOLL: Su, ponete la posta, Cranwell, che se fossero anche cinquecento saran tutti miei.
SIR FRANCIS: Siate su presto domattina al canto dell'allodola; quanto a me mi lever prima che il sole lasci il suo letto.
SIR CHARLES: Se manco, dite che non sono gentiluomo.
SIR FRANCIS: Andiamo a danzare. Domattina per tempo prepareremo i cavalli. Dobbiamo esser su, tre ore prima della sposa.
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(Exeunt.)
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ATTO PRIMO.
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Scena 2. Un cortile.
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Entrano Nicholas, Jenkin, Jack Slime e Roger Brickbat con ragazze del paese e alcuni musicanti.
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JENKIN: Vien qua, Nick, e di il braccio a Joan Miniver e tu, Jack Slime, vien quaggi con Cicely secchiadilatte ch'io mi prender con me Jane Trubkin: mentre Roger Brickbat dar il braccio a Isbel Motley. Adesso poi che i signori se ne stanno in salone a chiacchierare, su, dimoci dentro che vogliamo fare un bel chiasso qui in cortile.
NICHOLAS: Il mio umore non  compendioso; danzare non  affar mio: eppure dacch son caduto tra le braccia di Cicely secchiadilatte, mi ci voglio provare.
SLIME: In verit, Nick, ancorch noi non siamo servi di secondo rango, servi lo siamo pur sempre, come creature; poich noi siamo designati a servire buoi, pecore e cavalli e rane e roba simile.
SLIME: Ebbene su che cosa si danza? "Rogero"?
JENKIN: No "Rogero". Danzeremo "Il principio del mondo".
CICELY: Nulla mi piace danzare quanto "Gianni vien qua e baciami".
NICHOLAS: Io propongo invece "La danza del cuscino".
BRICKBAT: Per conto mio nessuna danza  pi bella di "Tom Tyler".
JENKIN: No, no, danziamo "La caccia alla volpe".
SLIME: "Il Fieno"! Nulla di pi bello del "Fieno".
NICHOLAS: Io ho detto, dico e sempre dir...  stato,  e sempre sar...
CICELY: Che cosa, mastro Nicola? che cosa?
NICHOLAS: "Mettiti la camicia il luned".
JENKIN: Su, in nome di Dio, decidetevi: altrimenti vi proporr io un altro ballo: il "Sellenger round".
TUTTI: S quello, s quello!
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(Danzano. Nicholas danzando parla solenne e scorbutico, gli altri come usa in paese.)
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JENKIN: Ehi, su, ragazzi,  la vostra volta!
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(Exeunt.)
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ATTO PRIMO.
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Scena 3. Aperta campagna.
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Suoni di corno. Entrano Sir Charles Mountford, Sir Francis Acton, Malby, Cranwell, Wendoll, Falconieri e battitori di caccia.
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SIR CHARLES: Cos, ben lanciato! In alto, in alto! Bel volo! E adesso attenti che l'agguanta a capofitto e la ripiomba fino a terra come un fulmine.
WENDOLL: E cos s' beccato dieci "angeli" dalle mie tasche.
SIR FRANCIS: E cento sterline dalle mie.
SIR CHARLES: Falconiere?
FALCONIERE: Son qua, padrone.
SIR CHARLES: Ha acciuffata la preda e comincia a spennarla. Non punirlo ma strappagli l'uccello dalle grinfie e i geti e le campanelle. Via!
SIR FRANCIS: E anche il mio falco ha ucciso.
SIR CHARLES: Ma non a monte come il mio.
SIR FRANCIS: Datene giudizio, signori.
CRANWELL: L'avete perduta in ogni modo.
WENDOLL: Gi, ma il nostro falchetto da prima ha spennata la preda poi l'ha riattaccata dalla parte del fiume.
SIR CHARLES: Avete perduto, avete perduto.
SIR FRANCIS: Non l'ammetto. Il mio pure ha agguantata la preda; e voi potete vedere le sue unghie piene di piume. La parte inferiore dei suoi artigli era macchiata di sangue: non dell'uccello solo; gli aveva strappato alcune penne, ma poi se l' svignata. L, l, il vostro falco non  che un assassino bell'e buono.
SIR CHARLES: Come dite?
SIR FRANCIS: E anche i vostri cani son dei menacoda e null'altro: quasi di scarto.
SIR CHARLES: Mi fate montare il sangue al cervello. Voi non avete un solo cane buono in tutto il vostro canile n buon falco sulle vostre gruccie!
SIR FRANCIS: Come, come, cavaliere?
SIR CHARLES: Ebbene, signore, vi dico che guadagnereste tanto con le vostre vanterie quanto avete guadagnato con la scommessa sui vostri cani. Siete un bonannulla.
SIR FRANCIS: Ma non nell'appiopparvi un ceffone.
SIR CHARLES: Provatevi!
SIR FRANCIS: Tutti quelli che amano Sir Francis mi seguano.
SIR CHARLES: Tutti quelli che tengono per Sir Charles, qua dalla mia parte.
CRANWELL: Da questo lato io mi schiero.
WENDOLL: Da quest'altro mi trae il mio cuore.
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(Si dividono in due parti. Sir Charles Mountford, Cranwell, il Falconiere e i Battitori lottano contro Sir Francis Acton, Wendoll, il suo Falconiere e i suoi Battitori. La banda di Sir Charles ha la superiorit e pone in fuga l'altra, uccidendo due uomini di Sir Francis.)
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SIR CHARLES: Mio Dio! che ho mai fatto, che ho mai fatto! Il furore m'ha piombato in un mare di sangue dove l'anima mia affoga! Poveri innocenti, di cui dovremo rispondere! E io, io sono il vincitore! Bella vittoria, davvero, mentre vorrei sacrificare questa mia mano destra, anzi questo mio capo per poter tornare a spirare in essi la vita che ho loro strappato! Perdonami, oh perdonami, Signore, il furore del sangue e dell'ira che m'ha messo fuor di senno... Sir Francis se l' data a gambe e con lui tutti quelli della sua masnada: e io son qui, solo, col mio rimorso e, pur nel mio trionfo, sopraffatto!
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(Entra Susan.)
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SUSAN: Oh Dio, mio fratello ferito, e in mezzo a questi morti!  giunto al mio orecchio lo strepito di questa rissa e son qua accorsa temendo ch'egli venisse ferito.
SIR CHARLES: Oh sorella, sorella, ferito al cuore.
SUSAN: Non voglia il Cielo!
SIR CHARLES: Ferito, ferito, sorella, nel far cosa ch'Egli vietava.
SUSAN: Ma non al cuore, spero.
SIR CHARLES: S, s, al cuore.
SUSAN: Oh Dio, un chirurgo, un chirurgo!
SIR CHARLES: Chiama un chirurgo per l'anima mia, sorella. Queste scalfitture non son niente, ma il delitto che ho commesso mi ha aperta una larga ferita nel cuore.
SUSAN: Ma, Charles, che hai tu fatto? Sir Francis ha amici potenti e ti perseguiter con tutte le armi della legge.
SIR CHARLES: La mia coscienza  diventata la mia nemica e mi perseguiter peggio di Atteone.
SUSAN: Fuggi allora, fratello caro.
SIR CHARLES: Ma potr io mai allontanarmi da te?
SUSAN: Fuggi dal tuo nemico.
SIR CHARLES: Ma tu, sorella, sei il mio amico migliore e fuggendo da te io ne morr.
SUSAN: La tua compagnia mi  cara come la pupilla de' miei occhi e lungi da te non avr pi alcuna pace: eppure fuggi, ti dico, se vuoi aver salva la vita. Che m'importa se anche dovessi passare tutto il mio avvenire nella pi tetra desolazione, se ti so al sicuro? Ancorch il solo pensiero di dover passare una sola settimana lungi da te mi faccia scorrere lacrime a dirotto per le guancie?
SIR CHARLES: No, no, tu non devi piangere: voglio rimanere, malgrado tutto e in onta del pericolo. Vivr con te. Non vorr cedere la mia terra e la modesta ricchezza di mio padre, n la tua dolce bellezza, per una vana speranza di vita.
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(Entra lo Sceriffo con Ufficiali.)
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SCERIFFO: Sir Charles, contro ogni mia volont, son obbligato ad arrestarvi. Sono spiacente che abbiate versato sangue d'innocenti. Mi fu riferito ch'eravate fiancheggiato da amici, e perci me ne venni armato.
SIR CHARLES: Oh signor Sceriffo, io era qua infatti con molti amici, ma guardate, tutti mi hanno disertato e sola m' rimasta, nella sfortuna, questa mia cara sorella. Vi conosco come gentiluomo onorato: vi cedo la spada e mi rimetto al vostro volere. Conducetemi dove v'aggrada.
SCERIFFO: In prigione allora, dove dovrete rispondere della vita di questi morti.
SUSAN: O Dio! o Dio!
SIR CHARLES: Dolce sorella, ogni grido del tuo cuore accresce la mia pena: la tua angoscia batte forte dentro il mio petto.
SCERIFFO: Signore, volete seguirmi?
SIR CHARLES: Dove vorrete.
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(Exeunt.)
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ATTO SECONDO.
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Scena 1. Lo studio di Frankford.
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Entra Frankford.
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FRANKFORD: Come sono felice nel mio umile stato! Sono gentiluomo e per nascita quasi pari ad un re. Un re non  qualcosa pi di me. Ho molte buone rendite sufficienti a conferire dignit ad un vero gentiluomo, poi coltivando il mio spirito ho studiato molte arti e ho tratto buon profitto dalle ricchezze della mia mente e dalle mie proprie. Ma, soprattutto, posseggo una brava e casta compagna che m'adora, ch' tutta perfezione, sincerit e delicatezza: per modo che se esiste in terra uomo che possa dirsi veramente beato, quello sono io.
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(Entra Nicholas.)
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NICHOLAS: Padrone, c' l fuori un gentiluomo che vorrebbe parlarvi.
FRANKFORD:  venuto a cavallo?
NICHOLAS: A cavallo.
FRANKFORD: Prgalo di scendere che lo raggiunger tosto. Lo conosci, Nic?
NICHOLAS: S, il suo nome  Wendoll. Sembra sia venuto di furia perch il suo cavallo  imbrattato di fango sino al ventre. Di certo ha cavalcato per paura o per scommessa.
FRANKFORD: Fallo entrar subito. (Nicholas esce.) Questo Wendoll l'ho gi notato e il suo portamento mi piacque molto. Ho potuto rilevare molte eccellenti qualit in lui.  affabile,  versato in molte cose, discorre bene,  uomo di compagnia e quantunque non ricco,  di buona casata. Gli avevo gi assegnato un posto nella mia stima e considerazione.
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(Entra Wendoll, Mistress Frankford e Nicholas.)
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MISTRESS FRANKFORD: O caro marito, il signor Wendoll qui ti reca le pi tristi nuove che udisti mai.
FRANKFORD: Quali, cara moglie? Quali, buon signor Wendoll?
WENDOLL: Avete udito della scommessa intervenuta fra Sir Francis Acton e Sir Charles Mountford.
FRANKFORD: S, certo, coi loro cani e falconi.
WENDOLL: Ebbene, ambedue le partite furon giocate.
FRANKFORD: Ah, e chi vinse?
WENDOLL: Sir Francis, vostro cognato, ebbe la peggio, e perd la scommessa.
FRANKFORD: Ebbene, forse  stato pel suo meglio. La sorte lo favorir poi un'altra volta.
MISTRESS FRANKFORD: Ma tu non hai udito tutto. Sir Francis ha perduto, e non volle cedere. Alla fine i due cavalieri son venuti a contrasto, dalle parole son passati ai colpi, e cos i loro compagni si misero gli uni contro gli altri: e fu nel furore di questa rissa che il valoroso Sir Charles uccise due degli uomini di tuo cognato: il suo falconiere e il suo buon battitore, ch'egli prediligeva assai. E parecchi altri furono feriti.
FRANKFORD: Mi spiace, mi spiace pel cavaliere. Ma mio cognato  rimasto illeso?
WENDOLL: Interamente, ma il povero Sir Charles  stato condotto in prigione e dovr rispondere di quei delitti.
FRANKFORD: Grazie, signore, per la pena che vi siete dato a venirmi ad avvertire di tutto questo. Sir Charles trover amici a stento. Il suo caso  odioso e sar certo sottoposto a severo giudizio. Sono spiacente per lui... Signore, e adesso una parola a voi. So che siete un gentiluomo compito, ancorch le vostre disponibilit sieno modeste. Vi prego di approfittare della mia tavola e della mia borsa: esse sono a vostra disposizione.
WENDOLL: Ma io non merito tanto, signor mio.
FRANKFORD: L, l, non siate troppo modesto. Siete ricco di belle qualit e di molti meriti. Scegliete fra i miei servi quel che pi v'aggrada, e sar vostro. Di pi vi concedo un polledro e vi prego di sedere alla mia mensa quando vi piaccia: tutto sar a mio carico. E siatemi amico, vi prego.
WENDOLL: Signor Frankford, io vi son gi debitore per tanti favori, ma questo proprio li supera tutti e io so di non meritarne neanche il pi piccolo. Ma se mi accadesse un giorno o l'altro di dover scordarmi di queste vostre cortesie che il Cielo stesso mi costringa a pagare il mio debito di riconoscenza!
FRANKFORD: Non occorre che protestiate: vi so virtuoso e perci riconoscente... Ti prego, Nan, usagli le tue migliori cortesie.
MISTRESS FRANKFORD: Fin dove me lo conceder la mia modestia mi far un dovere di accogliere il tuo amico.
FRANKFORD: Ed ora a pranzo, signori. E da oggi voi siate il benvenuto in casa mia. Andiamo.
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(Exeunt Frankford, Mistress Frankford e Wendoll.)
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NICHOLAS: Questo tipo non mi va in alcun modo... Bah, sento che potrei arrivar ad azzuffarmi con lui, e non so il perch. Lui e il demonio per me sono una cosa sola.
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(Entra Jenkin.)
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JENKIN: O Nicholas, chi  quel signore ch' entrato poco fa? Il padrone gli ha concesso uno di noi per servirlo e suppongo che la scelta cadr su di te.
NICHOLAS:Amo il mio padrone, e lo giuro su questa spada. Ma piuttosto che dedicarmi a colui lascio il servizio.
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(Entra Cicely.)
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CICELY: Nicholas, dove sei, Nicholas? Vien qua ad aiutare il nuovo ospite a cavarsi gli stivali.
NICHOLAS: Se gli cavo gli stivali voglio mangiarmi i suoi speroni. Che poi, magari, mi si pianteranno in gola come le lappole!
CICELY: Allora, Jenkin, vien qua tu.
JENKIN: Non rifiuterei, ma il mio padrone mi ha dato qui un mantello da spazzolare...
CICELY: Vieni, fa presto che poi avrai da pulirti le mani ed entrare a servir tavola.
JENKIN: Lo vedete, signori miei, che se  pomeriggio per voi  soltanto buon mattino per noi, che non abbiamo ancora pranzato: state qui un momento ch'entrer a servire la prima portata poi ritorno qua.
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(Exeunt.)
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ATTO SECONDO.
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Scena 2. Stanza di prigione.
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Entrano Malby e Cranwell.
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MALBY:  giorno d'assise, e potreste dirmi, in favore, come il giovane Sir Charles  stato giudicato? Fu prosciolto o dovr sottostare al duro castigo di legge?
CRANWELL:  stato prosciolto da ogni accusa nonostante i suoi nemici che si accannivano a togliergli la vita: senonch per ottenere questa assoluzione egli ha speso tutte le rendite che il padre suo gli aveva lasciato ed  ridiventato un semplice borghese, senza pi alcuna agiatezza. Guardatelo, ecco che viene.
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(Entra Sir Charles e il Guardiano delle carceri.)
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GUARDIANO: Pagate la spesa della prigionia e poi sarete libero.
SIR CHARLES: Prendete, guardiano, prendete i pochi avanzi delle mie sostanze. Gli amici m'hanno alleggerito la borsa, ma  gi qualcosa la libert che m'avete dato.
MALBY: Che Dio vi rallegri, amico. Son felice di vedervi all'aperto, Sir Charles!
SIR CHARLES: Sono diventato il pi povero cavaliere di tutta Inghilterra, signor Malby. La vita m' costata tutto il mio patrimonio. Che Dio perdoni agli autori della mia miseria.
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(Entra Shafton.)
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SHAFTON: Sir Charles, qua la mano! Siete dunque libero? Davvero che son felice di vedervi. V'occorre qualcosa? In che posso compiacervi?
SIR CHARLES: Ohim, non son degno io di aver amici che si adoprano per me e che mi possono soccorrere in questo baratro di bisogno. Vorrei essere in Cielo per ben meritare ancora dell'immortale diritto di nascita che il Salvatore m'ha conservato e che per nessuna prodigalit pu esser comprato o venduto. Qui in terra quale altra gioia posso io avere pi mai?
SHAFTON: Per togliervi da questi tristi pensieri riceverete da me trecento sterline: anzi cinquecento. Signor mio, la vista dell'oro  la miglior ricetta contro la malinconia, e vi rimetter in spirito e coraggio. E potrete cos contrastare legalmente contro i vostri duri avversari... Sir Charles, fate buon viso alla vostra fortuna e all'esser cos scampato da tanti guai.
SIR CHARLES: O signore, essi m'han rovinato. Io aveva ereditato duemila e cinquecento sterline alla morte di mio padre e tutte tutte il crudele Acton mi ha costretto a sborsare. E malgrado ci ebbi un bel da fare a riavere la mia libert. Ora io posseggo solo una piccola casa di campagna e cinquecento sterline che mi servono per mantenermici con la mia amata sorella.
SHAFTON: (in disparte) E io le avr, e mi faran molto piacere! Che se appena riesco a mettergli un dito addosso, a costui, gli caccio tutta la mano nel cuore. Non  certo per affetto ch'io gli offro del danaro, ma per mio guadagno e piacere. (Forte) Qua, Sir Charles, so che vi occorre del danaro. Accettate la mia offerta?
SIR CHARLES: L'accetto, signore, e a voi rimango debitore sino all'estremo delle mie risorse. Andiamo, signori, ad assistere allo sborso.
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(Exeunt.)
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ATTO SECONDO.
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Scena 3. Una stanza nella casa Frankford.
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Entra Wendoll malinconico.
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WENDOLL: Sei un manigoldo se ti abbandoni a un tale pensiero. Poi se fai tanto di tentare una simil cosa... un vile schiavo sarai, dannato senza remissione... Via, voglio scacciare con un canto questa mia tormentosa passione. Un canto! Ah, ah! come se, o pazzo innamorato, potessero i tuoi occhi nuotar nel riso quando l'anima tua annega in rosse lacrime di sangue! Prego Dio che m'abbia a piantar migliori pensieri nel cuore... Ma, ahim, preghiera  meditazione e (o Dio, perdonami!)  sempre sulle sue divine bellezze ch'io medito. Voglio dimenticarla. Voglio armare il mio cuore contro l'ansia d'amore che mi trascina verso di lei e che quando io mi ritrovi per caso in sua presenza abbia a schiacciarmi i globi degli occhi finch, i legamenti schiantandomi, sien essi distolti dal guardarla. (Si avanzano dal fondo Frankford, Mistress Frankford e Nicholas.) Oh Dio, Dio, con qual veemenza corro alla mia perdizione! E infamer io il suo letto? O Tu, Iddio dei tuoni, nella tua furente vendetta, con la tua grande e onnipotente mano che tutto giudica, impedisci il compiersi di un tanto misfatto: misfatto di malandrino e di traditor d'amici!
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(Entra Jenkin.)
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JENKIN: Vostra Signoria m'ha chiamato?
WENDOLL: (sempre fra se medesimo) Egli mi mantiene, egli mi d da spendere molto danaro...
JENKIN: (in disparte) In fede mia, voi non fate altrettanto con me: mai ch'io riesca a cavarvi un quattrino.
WENDOLL: Il mio polledro e il mio servo...
JENKIN: (in disparte) Che siamo poi Sorrell ed io...
WENDOLL: E tal cortesia non gli  suggerita da alcun legame di parentela...
JENKIN: E anche fra noi  la stessa cosa.
WENDOLL: Non per mio merito io m'ebbi la sua amicizia: sono un semplice estraneo per lui, un povero gentiluomo, uno da cui nessun vantaggio egli pu trarre; eppure m'ha collocato in cima a tutti i suoi pensieri, m'ha fatto partecipe delle migliori compagnie dello Yorkshire... Egli non pu pranzare senza di me, non ridere: io son diventato indispensabile al suo corpo come la sua stessa digestione, e parimenti sta in me renderlo sano o malato. Dovr io dunque far torto a un simile uomo? Infame! E avresti tu il coraggio di strappare con le tue mani ladre la tua imagine dal suo cuore? cancellare il tuo nome dal sacro libro dei suoi ricordi? offendere quel nome che ha cos caro quanto il tuo?... Eppure io devo, io devo! E allora, Wendoll, stai pago. Che i furfanti una volta che han deciso non possono pentirsi.
JENKIN: Di che strano umore  il mio nuovo padrone! Prego Dio non sia matto che se lo fosse non ho proprio nessuna voglia d'andarlo a servire in manicomio. Pu darsi ch'egli sia matto perch non mi trova...
WENDOLL: (vedendo Jenkin) Ebbene, Jenkin, dov' la tua signora?
JENKIN:  ammogliata Vostra Signoria?
WENDOLL: Perch me lo chiedi?
JENKIN: Perch voi siete il mio padrone, e se io avessi una padrona sarei contento da buon servo di servirla.
WENDOLL: Intendo dire la signora Frankford.
JENKIN: Capperi, signore, suo marito  uscito di citt a cavallo ed essa molto amabilmente lo ha accompagnato fino alla cavalcatura. Ma eccola che viene. La vedete?
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(Rientra Mistress Frankford.)
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MISTRESS FRANKFORD: Ben trovato, signore. Vi dir, in verit, che mio marito prima di montare a cavallo aveva gran desiderio di vedervi. Vi abbiamo cercato intorno casa, vi abbiamo chiamato ad alta voce pei campi, mandammo a rintracciarvi per ogni dove, ma senza alcun resultato: e allora ha incaricato me di farvi i suoi migliori e pi cari saluti. Anzi pi. Atteso che voi apprezzate il suo affetto e avete in stima la sua cortese amicizia, vuole che, in sua assenza, vi prendiate la libert di farla un po' da padrone in casa sua: che sediate alla sua tavola, usiate dei suoi servi, e la facciate, insomma, da Frankford durante la sua assenza.
WENDOLL: Gli sono infinitamente grato pel bene che mi vuole... (A parte) Oh dtemi un nome, voi che avete lingue pestilenti macchiate di fiele e veleno: chiamatemi col titolo di colui che ha ucciso vostro padre, trucidato i vostri bambini, fatto di vostra moglie la peggiore delle sgualdrine... Cos, cos chiamatemi, ch'io rechi stampato in viso il titolo di manigoldo, pel tradimento che sto macchinando verso un cos grande amico!
MISTRESS FRANKFORD: Signore, voi siete molto caro a mio marito e molto da lui stimato.
WENDOLL: (a parte) Devoto a lui ma anche a te: e giammai vorrei dir male di tanto gentiluomo, no, mai, mai perdio... Eppure, eppure sar io cos traviato, o vorr infiorare lo stemma di mio padre col titolo di furfante? E se io mi vieto di farlo che cosa mi ci potr costringere? non voglio, non voglio!... Ma ecco che una furia mi trascina e il Fato veloce mi lega al suo carro e m'affretta al delitto... Debbo parlarle, debbo parlarle, debbo offendere me stesso, far torto a lei, tradire la sua fiducia!
MISTRESS FRANKFORD: Che avete, signore? Sembrate turbato. C' tumulto nel vostro aspetto.
WENDOLL: E pure nel mio cuore, bel angelo, casto e savio. Io ti amo... Non trasalire, non parlare, non rispondermi... Io ti amo: e lascia che ti dica anche questo: che se tu mi comandassi di giurartelo, chiamerei a testimonio tutte le falangi dei Cieli.
MISTRESS FRANKFORD: Ma i Cieli vietano che Wendoll abbia a tramare di tali pensieri!
WENDOLL: Tale  il mio Fato: a questo io son nato, a portar la corona della gioia e lo scorno della sfortuna.
MISTRESS FRANKFORD: Mio marito vi vuol bene.
WENDOLL: Lo so.
MISTRESS FRANKFORD: Vi stima e vi ha caro quanto il suo cervello, i suoi occhi, il suo cuore.
WENDOLL: Lo so a prova.
MISTRESS FRANKFORD: La sua borsa  la vostra banca e la sua tavola liberalmente vostra.
WENDOLL: S, lo so, l'ho provato.
MISTRESS FRANKFORD: O con che viso d'acciaio potete voi dunque, senz'arrossire, parlare in tal modo alla sposa di un tale amico?  mio marito che vi mantiene nello stato in cui siete. E vorrete voi disonorare lui che ha messo in vostre mani tutte le sue faccende? Sono sua moglie ed  a me che voi parlate.
WENDOLL: Oh non dir altro! Perch ben pi di questo io so e reco impresso nel rosso volume del mio cuore. O bella, o sopra ogni cosa amata, non ho alcun ritegno a porre la mia vita nelle tue mani e per te a metter a repentaglio tutte le cose mie. Va e dillo a tuo marito. Egli mi scaccer dalla sua casa, e sar perduto. Non me ne importa. Sar stato per te. Forse nella sua collera egli anche m'uccider: non me n'importa: sar stato per te. E dimmi pure che sar chiamato furfante da tutta la gente, perch ho tradito il mio miglior amico. Non me ne importa. Povert, vergogna, morte, scandalo, biasimo, tutto io voglio soffrire. Di nulla, di nulla m'importer, che per te io voglio vivere e per te sola morire!
MISTRESS FRANKFORD: O signore, mi muovete a compassione e piet. L'amore ch'io porto a mio marito m' prezioso quanto la salute dell'anima mia.
WENDOLL: Amo io pure tuo marito e pel suo affetto impegnerei la vita. Non fraintendermi; l'accrescimento dell'affetto sincero ch'io ti porto non sminuisce per nulla la mia stima verso di lui... Sar segreto, signora, sar chiuso e coperto come la notte: neppure il riflesso di pi piccola stella briller qui sulla mia fronte a rivelare il nostro notturno segreto...
MISTRESS FRANKFORD: Che debbo dire?... L'anima mia si smarrisce... ha perso la sua via... Oh signor Wendoll!...
WENDOLL: Non sospirare, dolce mia santa, che ogni tuo sospiro strappa una goccia di sangue dal mio cuore.
MISTRESS FRANKFORD: Mai gli feci torto alcuno, ma se cadr in fallo temo che esso mi si vedr poi scritto in fronte... Mi sento arrossire, son piena di confusione e di vergogna... Oh signor Wendoll, pregate Dio ch'io non debba maledire le vostre parole che m'hanno incantata.
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(Rientra Nicholas dal fondo.)
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WENDOLL: Con un bacio sulla tua bocca io busso alla porta della felicit e apro il cammino della gioia.
NICHOLAS: (in disparte) Uccider il farabutto!
WENDOLL: Tuo marito  lontano e il tuo letto non parla... E ora non pi quegli occhi bassi, non arrossire...
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(Exeunt Wendoll e Mistress Frankford.)
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NICHOLAS: Perdio! Voglio pugnalare quel birbante! Ah Nic, Nic, che fortuna essere arrivato al momento giusto! Amo il mio padrone e non posso soffrire quel birbante. Amo la mia padrona e questi raggiri poco mi piacciono. Oh, il mio padrone non dovr intascare un simile affronto: piuttosto io mi mangio un dito!... Che ne dici tu, stiletto? O non ha gambe quel mascalzone di Wendoll che tu non lo possa azzoppare? non ha tendini al ginocchio che tu non possa mozzargli? Neh, stiletto, farai quanto ti dico. Da qui innanzi voglio mettermi a spiarli nei loro segreti maneggi. Non ho mai scoperto un peggior furfante da quando costui ci s' cacciato in casa. Decisamente Satana deve averla corrotta; ed era cos bella e casta!... Vorr tener d'occhio ogni suo gesto. E io penso che se le cose andranno come han cominciato, Wendoll  una carogna e la mia padrona una sgualdrina.
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ATTO TERZO.
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Scena 1. Una camera nella casa di Sir Charles Mountford.
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Entrano Sir Charles Mountford e Susan.
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SIR CHARLES: Sorella, tu ben vedi che fummo ridotti dalla sorte ad abitare questa povera casa, che non abbiamo voluto vendere. Io son costretto ad accudire ai campi e tu a mungere. Eppure non viviamo noi bene lo stesso? Bene, a Dio piacendo.
SUSAN: Tale  il mutamento, fratello, avvenuto nella nostra casa dacch  morto il vecchio Sir Charles.
SIR CHARLES: E cos mutano le cose in terra, quale in bene e quale in male. Contentiamocene. Il contento  un reame, e io ne porto la corona.
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(Entra Shafton con un Birro.)
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SHAFTON: Buond, buond, Sir Charles... Che? siete qui con vostra sorella ad occuparvi della casa?... Sergente, rimanete fuori... Una bella casa, in verit, avete qui, un bel giardino e bel terreno intorno. E poich essa giace vicino a un feudo che acquistai di recente, io volontieri ve la acquisterei. Vi potrei dare...
SIR CHARLES: Perdonatemi, Shafton. Questa casa  appartenuta successivamente ai miei ascendenti ed a me per trecento anni. Il mio bisavolo da cui la nostra famiglia cominci a prosperare, abit qui:  su questo terreno che il modesto possesso divenne il piccolo feudo che mio padre mi lasci in eredit. L dove egli, primo della nostra casata, cominci, io, l'ultimo, finir serbando intatto il possesso e il nostro titolo che giammai non fu contaminato da alcuna dissolutezza di discendenti. In breve non vender il possesso neanche mi deste tanto danaro da coprirlo d'oro.
SHAFTON: Ah, ah! carattere superbo e borsa da accattone! E allora vi chieder: Dove sono, di grazia, le trecento sterline che v'ho date in prestito, senza contar gl'interessi? Ebbene vi dir che le ho poste in giudizio a termini di legge. Avete dunque pronto il danaro?
SIR CHARLES: Le avete poste in giudizio, a termini di legge? e avete fatto questo senza dirmi nulla? Correte agli estremi, voi!
SHAFTON: Cedetemi la vostra terra e vi prosciolgo dal debito.
SIR CHARLES: Ohim, ohim, sempre nuovi affanni a me e alla mia povera sorella!... Ma se vendessimo questa casa, Shafton, i nostri nomi verrebber cancellati per sempre dal registro della nobilt: e voi vedete con quanta industria ci siamo adoperati per serbarceli... Questa palma, la vedete? crebbe e splendette d'intimo travaglio: la sua argentea frasca che mai non tocc gelo d'inverno, senza maschera o riparo, guardate con che grazia aperta affronta la gelida vernata e i suoi uragani!
SUSAN: Signore, parcamente noi ci nutriamo, noi sgobbiamo e anche dormiamo disagiati pur di conservare a noi e ai nostri figli questa piccola propriet.
SIR CHARLES: Mi son talmente curvato a questa vita che a mala pena posso ricordare che voglia dire una nuova moda: che sia seta o satin: anzi la ricchezza e l'orgoglio son diventate per me cose interamente estranee. Ho scordato perfino i nomi di tutti coloro che venivano a farci visita, n saprei rammentar quelli dei miei cani, dalle cui bocche sonore un tempo io udivo la sola musica che piacesse al mio cuore. Che dirvi ancora? A star qui tutto mi son cambiato.
SHAFTON: (al Birro) Su, arrestatelo per ordine mio! Con processi su processi vedremo di ridurlo in perpetua schiavit. Anzi io ti perseguiter sino all'estremo della legge e chiamer in giudizio anche la tua vita passata. Il custode delle carceri  mio amico, e tu avrai ferri e pene che eguali non son inflitti neanche ai cani. Via, via con lui!
SIR CHARLES: (a Susan) Mia cara sorella, le tue lacrime a nulla valgono per impietosire quest'uomo crudele. Tu va' dal fratello di mio padre, va' dai miei congiunti, dai miei devoti e prgali, prgali che vengano a sottrarmi da quest'uomo ingiurioso che vuol la mia rovina.
SHAFTON: Andiamo, ai ferri, ai ferri! Vieni via. Ti voglio vedere messo ben a riparo dalla vista del giorno.
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(Exeunt Shafton, il Birro e Sir Charles.)
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SUSAN: Il mio cuore  cos indurito alla sventura che neppur la morte potrebbe trafiggerlo. Tiranno infame!
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(Entrano Sir Francis Acton e Malby.)
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SIR FRANCIS: Ancora in prigione? Hai tu mai visto, Malby, un povero diavolo posto a peggiori torture? E udremo noi dunque la sua voce gridare di tra le sbarre delle finestre del carcere: "Un po' di pane, un po' di pane, per piet di Dio"?... Eppure, no: io non mi sono del tutto vendicato di lui. Mi dicono ch'egli abbia per sorella una gentile fanciulla. Se  cos, per far un bel tiro a lui e alla sua parentela non potrei io, corrompendo lui con doni, arrivare a svergognar la sorella con atto d'impudica libidine? Gli voglio offrire molto danaro: poi, a cose fatte, ridermene di lei e della sua confusione e vergogna.
MALBY: E cos, Sir Francis, sarete pienamente vendicato anche per altri torti che vi possa fare... Ma guardatela l la povera e mesta donzella.
SIR FRANCIS: Ah, ah! voglio farmi beffe della sua povert, ridermi della sua disgrazia, sbeffeggiare il suo vile stato. Odio con tutta l'anima il nome dei Mountford... Ma acquetati, o mio cuore, che dai suoi begli occhi un dardo vol a trapassarmi l'anima... Sono come stregato, tutti i miei irosi spiriti fuggirono e con un solo suo sguardo ha infranto la mia collera.
SUSAN: Acton! che vuole il nostro sangue!
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(Fugge via.)
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SIR FRANCIS: O casta, o bella!
MALBY: Sir Francis, ebbene, Sir Francis! Perdio, ma siete in cimbali? Su, Sir Francis, che diavolo vi prende?
SIR FRANCIS: Non era forse bella?... O forse questi miei occhi travedono?
MALBY: Era bella, s.
SIR FRANCIS: Era un angelo in forma mortale e che non  disceso certo dal ceppo dei vecchi Mountford. Ma piano, piano, raccapezziamoci un poco... Una povera fanciulla, sorella del mio grande avversario e nemico col quale io sono in guerra... Ebbene, che c' Frank? matto o sciocco diventi?... Ma no, ma no, ch'io son padrone del mio senno e dei miei sensi. E allora perch, perch mi trovo in tale violento stato d'amore e di passione? e per una persona poi cos diversa, cos all'opposto della mia, anzi in guerra con me?... Ih, ih, come vado quisquiliando con la mia anima. L, l, io voglio farla mia e acquistarmi con la sua gentile preghiera la libert dell'anima e il mio immortale riposo.
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ATTO TERZO.
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Scena 2. Atrio nella casa di Frankford.
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Entrano servi. Uno con un canestro e un coltello di legno, un altro con sale e pane, un altro con tovaglia e tovaglioli, un altro con un tappeto. Jenkin segue con due candelieri.
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JENKIN: Su avanzate e ritiratevi poi in ordine di battaglia. Il mio padrone e gli ospiti hanno gi pranzato, la tavola  stata sgombrata. Qua adesso nell'atrio, ammannite la mensa dei servi. Dispensiere, a te.
DISPENSIERE: Lo so, Jenkin. Ma dimmi come si chiama il gentiluomo che ha pranzato di l stasera?
JENKIN: Chi? il mio padrone?
DISPENSIERE: No, Master Wendoll  ormai l'ospite di tutti i giorni. Intendo dire quello ch' venuto nel pomeriggio.
JENKIN: Il suo nome  Master Cranwell... Ma senti il mio padrone l dentro che ordina nuovi ceppi sul camino. Perdio, che da fare abbiamo qua dentro! Uno stende il tappeto in salotto, un altro smoccola le candele, e il resto si prepara lo stomaco. Su, pi luce qui nell'atrio. Vieni, Nicholas!
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(Exeunt tutti tranne Nicholas.)
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NICHOLAS: Non mi sento voglia di mangiare, ma se potessi mi mangerei il cuore di Wendoll. Il mascalzone si fa di giorno in giorno pi impudente. Ho veduto maneggi tali e tali cose bastanti da farsi balzar gli occhi fuor della testa. Voglio riferirne al mio padrone. S, lo voglio, lo voglio. Accada quel che si sia, gliene parlo. Eccolo.
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(Entra Frankford appena levato da mensa, spazzolandosi via i bruscoli di pane dal vestito.)
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FRANKFORD: Nicola, che fai qui? Perch non sei anche tu nella hall a mensa coi tuoi compagni?
NICHOLAS: Padrone, aspettavo che vi levaste da tavola per parlarvi.
FRANKFORD: Sii breve, caro Nicola. Mia moglie e gli ospiti mi attendono in salotto. Ebbene, perch non parli? Ho inteso, vuoi qualche soldo. Da quel sciupone che sei ti mangi la paga prima di essertela guadagnata. Qua, eccoti una mezza corona. Sii frugale e vattene.
NICHOLAS: Padrone, v'ho servito fedelmente per lungo tempo: sono entrato in casa vostra sette anni prima che metteste barba. Noi due ci siamo conosciuti, padrone, prima che voi conosceste la vostra signora.
FRANKFORD: Ebbene a che vuoi approdare?
NICHOLAS: Non sono mai stato un mettimale n un briccone: non ho altro difetto che bisticciarmi talvolta, ma non mai con donne. Adesso per, padrone, vi debbo dir cosa che vi far balzar il cuore dal petto e drizzare i capelli e fischiare l'orecchie.
FRANKFORD: Quale preambolo di cattivo augurio.
NICHOLAS: Fulmini del Cielo, padrone! Voglio pi bene a voi che a vostra moglie. E ve lo dimostrer.
FRANKFORD: Sei un vero bugiardo e non so chi mi tenga dallo spaccarti la zucca! Un birbante sei e caccer te con tutte le tue chiacchiere, dalla porta.
NICHOLAS: Oh ftelo ftelo padrone, che non c' posto per me e per Wendoll sotto il medesimo tetto... Quel Wendoll  un fior di furfante.
FRANKFORD: Impudente!
NICHOLAS: O picchiatemi, picchiatemi pure, ma state a sentirmi. No, no sono uno scemo e vi dico che un furfante lo riconosco dalle sue mascalzonaggini... Padrone, padrone, quel farabutto si gode la vostra signora e vi svergogna la casa.
FRANKFORD: Che m'hai tu detto? se  alcuna parola che miri a calunniare il suo cuore e la di lei reputazione, t'avverto che sar cos difficile entrare nella mia anima quanto il ricco nel regno dei Cieli.
NICHOLAS: Padrone, io non ho nulla da guadagnare a dirvi ci che v'ho detto ed essi non mi han fatto mai alcun torto. Venni a conoscenza del fatto prima che il confessarvelo fosse per me ufficio cos increscioso: ma tutto questo io so e ancor pi e pi di mille danni che mi potessero accadere non potrebber mai distogliermi dal palesare a voi tale odioso torto che vi si fa. Ho veduto e vi ho riferito.
FRANKFORD: (a parte) Eppure, ci pu esser vero... Ancorch sempliciotto costui  un uomo onesto. Quantunque io scommetterei la vita sulla fiducia che ho in loro e la cara salvezza della mia anima, pure potrebbe darsi ch'io presuma troppo di me stesso. Ma pu esser vero tutto questo? Pu esser miracolosamente possibile? Ma di qual essere mortale allora possiamo noi fidarci se arriviamo perfino a sospettare gli amici pi intimi e la cara sposa? (A Nicholas) Che dati hai tu per confermare la tua asserzione?
NICHOLAS: Occhi, occhi, padrone.
FRANKFORD: Ma i tuoi possono essersi ingannati: poich se un angelo in persona fosse caduto dal cielo ad annunciarmi ci che tu m'hai riferito, avrebbe un bel da fare per vincere la mia incredulit, tanto io vivo fiducioso nell'onest del loro affetto.
NICHOLAS: Posso io raccontarvi tutto, nei particolari?
FRANKFORD: No, no... A cena, ora. Ordina ai tuoi compagni di servire noi e gli ospiti. E non una parola, o ne va della tua vita. E non lasciar trapelar nulla, che quanto a me  come nulla io abbia saputo.
NICHOLAS: Sar muto, padrone... Ed ora che ho liberato il cuore vo' a riempirmi lo stomaco.
FRANKFORD: Via, via, scompari!... (Exit Nicholas.) Essa  di nascita eccellente, di nobil discendenza, fu educata alla virt e la sua reputazione  per tutto il paese onesta e chiara ed onorata: il suo portamento, il suo contegno e in tutti gli atti del suo amore verso di me, suo marito, essa  modesta, casta e cordiale. Pu dunque questo oro esser diventato vile rame? Ma lui, quel Giuda, che si ebbe la mia borsa e mi vende per un peccato! O Dio o Dio! posso io perdonar loro un tale affronto? No. Posso io ritener pi vere le nude parole di questo servo, del puro metallo dei loro due cuori?... No. Via, bando a tali pensieri. Voglio scacciare ogni preoccupazione e che sulla mia lingua non siano che elogi per loro. Fino a che io non sappia tutto, vorr far finta di non saper nulla... Ol, luci qua in tavola! Moglie, Master Wendoll e voi, gentile Master Cranwell...
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(Entrano Mistress Frankford, Wendoll, Cranwell, Nicholas e Jenkin con mazzi di carte, tappeti e sgabelli.)
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FRANKFORD: Master Cranwell, voi siete uno straniero e in fede, siete un po' troppo serio... Adesso che abbiam cenato, al tavolo e alle carte.
JENKIN: Un mazzo di carte, Nicholas, e un tappeto da metter sul tavolo, e dov' Cicely coi suoi gettoni e la scatola? Candele e candelabri qui! Fi! abbiamo tale una congrega di serventi! Se non ci fossimo Nic ed io non ce ne sarebbe uno tra essi che sappia declamare il b a ba... Ben fatto, Nic.
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(Stendono il tappeto con doppieri e mazzi di carte.)
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MISTRESS FRANKFORD: Cominciamo, Frankford: chi mi vuol esser compagno?
FRANKFORD: Bene, lo sar io, moglie cara.
WENDOLL: Ah no, in fede, signore! Quando siete insieme voi due, io son fuori gioco. Facciamo invece Mistress Frankford ed io, altrimenti non c' parit.
FRANKFORD: Mi piace poco quella parit... Qua, Master Cranwell, compagni noi due?
CRANWELL: A vostro piacere, signore.
FRANKFORD: Io vi terr bene gli occhi addosso, Master Wendoll. Perch  probabile che voi giocherete falso, e mia moglie pure.
NICHOLAS: (in disparte) Ce lo giurerei anch'io.
MISTRESS FRANKFORD: Ebbene quelli che giocano il falso prdono la partita.
FRANKFORD: Sta bene. La cosa mi sar difficile, ma vi ci coglier.
CRANWELL: Signori, quale sar il nostro gioco?
WENDOLL: Master Frankford, voi giocate meglio all'"Allocco".
FRANKFORD: Eh ma non sar sempre cos: no, in verit.
MISTRESS FRANKFORD: A nulla io gioco meglio che a "doppio Trionfo".
FRANKFORD: Se Master Wendoll e mia moglie sono insieme non c' modo di giocare contr'essi a doppia mano.
NICHOLAS: Ve lo dico, signore, qual' il gioco in cui Master Wendoll  pi esperto.
WENDOLL: Quale, Nic?
NICHOLAS: Perdio, signore, il gioco del "Fante Furfante".
MISTRESS FRANKFORD: Marito, giochiamo al "Santo"?
FRANKFORD: Il mio santo stavolta s' fatto diavolo. No, niente santi, moglie mia. Tu riesci meglio al "new cut".
WENDOLL: Se giocate a "new cut" scommetto ch'io sar il miglior fenditore di qualunque altro qui.
FRANKFORD: (in disparte)  su me che scherzano... Bene, bene, voi potete ferirmi con le vostre facezie, ma poi sar tutto a vostra vergogna.
CRANWELL: In fede, facciamo "Onori".
FRANKFORD: Se fate "Onori", una cosa avr da temere: onora il Re e la Regina e non il Fante.
WENDOLL: Bene, come vi piace. Alzi chi ha da fare il mazzo.
MISTRESS FRANKFORD: L'ultimo in vista. Che cosa siete voi, Master Wendoll?
WENDOLL: Io sono un Fante Furfante.
NICHOLAS: (a parte) Ce lo giurerei.
MISTRESS FRANKFORD: E io Regina.
FRANKFORD: (in disparte) Una sgualdrina avresti dovuto dire. (Forte) Bene, le carte sono mie. Esso  il pi grosso paio che ebbi mai fra le mani.
MISTRESS FRANKFORD: Rimescola, ch'io taglio...
FRANKFORD: Ho perduto il fatto mio.
WENDOLL: Signore, la colpa  mia: perch questa Regina, lo vedete, l'ho cara pi di me stesso. Datemi il mazzo.
FRANKFORD: Non ho pi la mente al gioco... Ho perduto molte buone chances. M'avete fatto un triste scambietto, Master Wendoll.
WENDOLL: Signore, dovete pur voi prendervi qualche fastidio. Per concluder battaglia so che ho concluso qualcosa di meglio con vostra moglie.
FRANKFORD: Avete concluso il falso, allora.
MISTRESS FRANKFORD: E quali Trionfi abbiam fatto?
WENDOLL: Cuori. Compagna, io spazzo.
FRANKFORD: (in disparte) Tu m'hai rubato la mia anima, il suo casto amore col tuo falso trafficare. (Forte) Continuate il gioco, io mi ritiro non avendo Cuori n qui n in mia mano. Lascio la partita. Non sto bene. Qua, chi vuol le mie carte?
MISTRESS FRANKFORD: Non stai bene, caro Master Frankford? Che hai? Qualche subitaneo malessere...
WENDOLL: Da quando ne soffrite, buon Master Frankford?
FRANKFORD: Signor mio, ero un uomo in gamba sino a poco fa, ma ho incominciato a non star bene quando voi faceste le carte. L, prendete il mio posto. Gentile Master Cranwell, vi saluto. Restate pur in camera vostra fin che vi piaccia. Sono assai dolente che questo disturbo m'abbia sorpreso cos che non possa godere ancora della vostra compagnia... Jenkin, luce, e accompagnalo alla sua camera.
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(Exeunt Cranwell e Jenkin.)
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MISTRESS FRANKFORD: La veste da notte per mio marito, presto! Dev'essere un accesso di reumatismo o un raffreddore.
WENDOLL: E credo che ve lo siate preso sedendo qui senza vestaglia.
FRANKFORD: Lo credo anch'io, Wendoll... Andate, andate pure a letto che non vorrei accadesse anche a voi l'eguale... Moglie, ti prego, sali nella mia camera. La notte  aspra, gelida e piena di reumatismi. Lasciami qui la veste e la candela. Il disturbo mi passer.
WENDOLL: Buonanotte, caro signore.
FRANKFORD: Buonanotte.
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(Exit Wendoll.)
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MISTRESS FRANKFORD: Debbo farti compagnia, marito mio?
FRANKFORD: Oh non occorre, moglie: ti buscheresti tu pure qualche raffreddore di testa. Vai, vai pure, ti prego, dolcezza. Verr presto a letto anch'io.
MISTRESS FRANKFORD: Tu lo sai che non potr chiuder occhio prima che tu sia con me.
FRANKFORD: Dolce Nan, ti prego, vai, vai pure.
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(Exit Mistress Frankford.)
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FRANKFORD: Ho ben pensato. Mi procurer tutte le chiavi delle porte di casa e ne far prender il modello in cera per ottenerle altrettante uguali. Fatto questo, a una certa ora far recare una lettera, per modo che essi si crederanno pi al sicuro nel loro bel gioco quando pi pronta sar la trappola... Nic, mi posso fidare della tua assoluta segretezza?
NICHOLAS: Contate pure su di me padrone.
FRANKFORD:E ora, a letto. A letto, ma non al riposo, che l'ansiet alloggia oramai nel mio cervello e l'angoscia dentro al mio cuore.
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(Exeunt.)
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ATTO QUARTO.
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Scena 1. Camera nella casa del vecchio Mountford.
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Entrano Susan, il vecchio Mountford, Sandy, Roder e Tidy.
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VECCHIO MOUNTFORD: Mi dici che mio nipote Sir Charles  in grandi strettezze. E chi l'ha ridotto in tale stato se non la sua vita dissoluta? Non sono in grado di offrirgli neanche un quattrino. S, egli  figlio di mio fratello, ma ci che vuol dire? Non  questo un mondo dove s'abbia ad aver piet della gente.
SUSAN: Io non sono una mendica, ma  l'estrema miseria in cui mio fratello  caduto che mi costringe a supplicarti. Ma io ti prego, zio, pel nome che portiamo, anzi per l'amore stesso di Cristo, abbi piet del suo misero stato. Gli fu tolta ogni libert nello stambugio dove si trova insieme ad altri condannati, e ricoperto sol di catene. E tu, tu solo potresti liberarlo.
VECCHIO MOUNTFORD: Non ho danaro disponibile, e uno deve pur badare ai casi suoi. Cadendo in bisogno egli ha perduta qualsiasi parentela con me.
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(Exit.)
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SUSAN: Oro non  che terra e tu terra avrai quando sarai calato dentro la tua fossa per sempre... Master Sandy, voi mi conoscete, non  vero? e vi son note le mie disgrazie.
SANDY: Un tempo vi conobbi, ragazza mia, quando era ancor vivo vostro padre: e vi conobbi prima che vostro fratello vendesse queste terre. Allora voi cantavate assai bene e sonavate di liuto. Ma adesso pi non vi riconosco, n voi n la vostra miseria.
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(Exit.)
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SUSAN: Voi, Master Roder, voi siete stato affittuario di mio fratello che di questa bella fattoria v'ha pur concesso godere senza farvi pagar l'affitto.
RODER:Infatti, infatti, grazie alla sua bont io ho vissuto qui per qualche tempo. Ma ora ho ben altre faccende pel capo. Oh, ma vedrete che senza dubbio coloro che l'han gittato in tale penuria l'aiuteranno a trarlo fuori.
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(Exit.)
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SUSAN: Sempre povere parole di conforto. E tu che dici, Tidy?
TIDY: Dico che tutto questo  quel che accade ai bravacci e ai millantatori. E non chiamarmi cugino. Io non son cugino di chi si fa prestar danaro.
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(Exit.)
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SUSAN: O carit, perch te ne sei tu fuggita al cielo lasciando tutte le cose su questa terra impari ed instabili? Non ribatter le loro beffarde risposte, ma pianger fra me in silenzio sulla caduta del mio povero fratello.
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(Entrano Sir Francis Acton e Malby.)
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SIR FRANCIS: La ragazza  in miseria: ebbene voglio tentarla con quest'oro. Malby, rcaglielo: attender qui la tua risposta.
MALBY: Bella donzella, a quanto odo, il vostro dolore  aggravato dal bisogno, cosicch io ho qui per voi un bel gruzzolo, un sacchetto d'oro che liberamente rimetto nelle vostre mani.
SUSAN: Dio vi renda merito! Grazie, o grazie, gentile signore. Che Iddio mi faccia capace di rimeritarmi il favore che mi fate.
MALBY: Quest'oro ve l'offre, a mezzo mio, Sir Francis Acton, e vi prega...
SUSAN: Acton! O Dio! Nome ch'io maledissi fin dalla nascita... Fuori di qua ruffiano... Guarda, io do una pedata al tuo oro! Giammai il mio onore ceder per danaro.
SIR FRANCIS: Ma, cara fanciulla, prego...
SUSAN: Da voi io fuggo come colomba da pennuta aquila!
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(Exit.)
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SIR FRANCIS: Odia il mio nome, la mia faccia... E come potrei dunque corteggiarla? Disgraziato ch'io sono in tutte le cose! Che pi ella sdegna il mio amore pi io mi sento rapito al contemplare la sua divina e casta bellezza... Corteggiarla con doni non posso che tutti li calpesterebbe, n con gli sguardi neppure, ch'ella abborre il mio aspetto: e neanche con lettere che son certo nessuna ne vorrebbe accogliere. E allora e allora? Ebbene vorr comportarmi verso di lei con tale cortesia da vincere alfine il suo ribrezzo e conquistarmi la sua simpatia... Sir Charles, suo fratello,  in prigione per una forte somma di danaro: e per di pi dovr subire un processo per l'uccisione d'uno dei miei battitori. Questo processo  in mio potere di annullare. Ebbene in lei io seppellir tutto l'odio che porto verso quest'uomo... Va, Malby, va a cercar il custode della prigione e recalo qua. Io pagher il debito di Sir Charles, e impedendo ch'abbia luogo il processo, gli salver la vita.
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ATTO QUARTO.
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Scena 2. Una cella della prigione.
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Entra Sir Charles Mountford carico di catene, coi piedi nudi e il vestito a brandelli.
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SIR CHARLES: O tu il pi miserabile degli uomini, esala da quest'infernale segreta i tuoi lamenti, come cencioso accattone, come assassino in ceppi... Che cosa t'ha gittato in questo stato?... O zio scortese, o amici ingrati, o parenti senza bont! E tu vecchio Mountford che sei tanto vile da permettere che il tuo nome vada incatenato alla mia disgrazia! E intanto mille morti io muoio in questa tomba, e paura, fame, angoscia, ogni cosa qui mi minaccia di morte e mi priva d'ogni respiro. Ma il pi grande tormento  il pensiero della mia cara sorella che ha cessato di venirmi a trovare e nessuna sperata risposta mi reca dai miei amici: il che mi lascia presumere che nessun d'essi voglia togliermi da questa miseria. Se cos fosse, vergogna, scandalo e disprezzo seguano i loro tristi pensieri. Il bisogno sar la loro tomba. Vissuti da usurai possano essi morire da schiavi.
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(Entra il Guardiano delle carceri.)
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GUARDIANO: Sir Charles, su allegro: vengo a portarvi la liberazione da tutti i vostri malanni.
SIR CHARLES: Allora morte, poich morte soltanto pu esser la fine d'ogni mio affanno.
GUARDIANO: Vivete. Il vostro processo  stato arrestato, l'esecuzione di tutti i vostri debiti annullata, i vostri creditori soddisfatti sino all'ultimo centesimo. A segno di che, spezzo le vostre catene. Voi non mi siete debitore di niente: tutto  stato liquidato, tutto pagato. Ritornate pure liberamente a casa vostra e dove meglio vi piacer: dopo lungo soffrire ripigliate i vostri agi.
SIR CHARLES: Con le tue parole mi fai udire la pi grandiosa musica che giammai organo sonasse.  un sogno ch'io faccio o i miei sensi han ben afferrato il senso della tua grande notizia? Idiota ch'io ero a calunniare i miei onesti amici, i miei amati congiunti, i pi prossimi compagni! Lingua, ti morder per il tuo scandaloso contegno verso tali persone, tutte nutrite di piet e d'amore! Ci che tu profferisti era frutto della mia collera; essi sono i miei amici pi fidi, essi gli specchi di quest'et generosa e libera. La nobile razza dei Mountford non mai nel suo seno allev un sol bieco pensiero, un basso istinto.
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(Entra Susan.)
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SUSAN: Non vo' tardare a visitare il mio disgraziato fratello. Fino ad ora ho potuto nascondergli le tristi nuove che ho da recargli.
SIR CHARLES: O sorella, quanto son grato a te e all'esser qui venuta.
SUSAN: Che! Tu sei libero?
SIR CHARLES: Lo vedi. E grazie alla tua abilit... Oh, dimmi, a quale, a quale di tutti i miei cortesi amici debbo io questa grazia? Mio zio Mountford mi ebbe caro fin da bambino.  stato lui a procurarmi questa libert? E cos pure mio cugino Tidy m'ebbe caro. Fu, dunque, lui? E cos Master Roder e Master Sandy... A quale, a quale di costoro sono io debitore di un atto di cos alta gentilezza?
SUSAN: Charles, vuoi tu forse beffarti della mia miseria, sapendo come i tuoi amici se la ridono di te? Ti dico che son qui stupefatta al vederti libero, al vedere i tuoi ceppi infranti. Mi par d'esser rapita in un labirinto di stupore. Ma il peggio si  che non riesco a comprendere da chi mai ti sia provenuta questa buona fortuna.
SIR CHARLES: Ma da mio zio, certo, dai miei cugini ed amici. E da chi altri pu essere?
SUSAN: O fratello, ma quella  tutta gente di pietra, figure senza piet, altrettante orse incalzate dal cacciatore. Io li pregai, io li scongiurai, io mi inginocchiai davanti a loro: aprii loro tutti i dolori della tua lunga miseria, ma essi m'hanno derisa; e di pi rinnegarono la nostra parentela e la nostra amicizia. Con sprezzante sdegno dissero che la nostra parentela  finita con la nostra prosperit.
SIR CHARLES: Oh, il ricco fugge il povero, i buoni evitano il diavolo. Ma da chi proviene adunque il dono di questa mia improvvisa libert? da chi se non da quelli dai quali io abbia ben meritato? Cerca d'indagare, sorella, richimati alla memoria...
SUSAN: La mia mente si smarrisce... Chiediamone al custode.
SIR CHARLES: Custode?
GUARDIANO: Eccomi, signore.
SIR CHARLES: Per cortesia, una domanda. Chi si  assunto l'incarico di pagare i miei debiti? chi ha potuto arrestare la mia procedura di morte, e rendermi libero?
GUARDIANO: Un cortese cavaliere chiamato Sir Francis Acton.
SIR CHARLES: Acton! Acton! Ohim, ora son pi disgraziato che mai! Via, custode, riconducimi di nuovo in prigione e raddoppia i miei ferri, e lo sparuto cibo dimezza e cacciami entro una segreta ben pi fonda e pi buia e fredda e desolata!... Fatto libero da Acton! Ma neanche tutti i tuoi ferri potranno incatenarmi le caviglie come queste tue parole che m'han disfatto il cuore! Che d'or'innanzi io mi giaccia in una prigione ben pi angusta della tua sassosa topaia!
GUARDIANO: Il mio incarico l'ho compiuto. Ho la mia mercede: e siccome noi ben poco guadagniamo, cos me n'accontenter.
SIR CHARLES: Liberato da Acton! dal mio potente e scellerato nemico! E a quale scopo? e in che occasione? Ah ch'io lo dimentichi, il nome di colui e con stoicismo renda vano questo suo alto favore!
SUSAN: (a parte) Che sia stato il suo amore per me?... Per l'anima mia, fratello dev'essere proprio cos... Questa dev'essere l'origine di tanta liberalit.
SIR CHARLES: Mi fosse venuto da mio padre, egli che per legge di natura mi  il pi congiunto nell'ufficio d'amore, sarebbe stato mia premura ripagarlo di tanta cortesia: mi fosse venuto dai miei o dai suoi amici, arriverei a far loro dono della mia propria vita: ma non da un padre, non da un alleato, ma da uno straniero mi  giunto questo alto favore, da uno straniero ch' avverso al mio sangue, ch' mio nemico!... Oh io perdo la ragione. Che dire, che fare, che pensare per ripagargli una simile generosit?
SUSAN: Ma tu stupirai ancor pi, fratello, quando ti dir la ragione per cui egli ha fatto questo. Egli delira per me e spesso m'ha inviati doni e lettere e segni d'amore: ch'io tutti rifiutai...
SIR CHARLES: Ebbene, allora, bench povero ho ancor abbastanza. Il mio cuore  deciso e gli ripagher con un ricco dono la sua liberalit.
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ATTO QUARTO.
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Scena 3. Camera in casa di Frankford.
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Entrano Frankford e Nicholas con chiavi.
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FRANKFORD: Ecco la notte in cui io dovr recitare la mia parte per cogliere quei due cari angeli... Dove son le chiavi?
NICHOLAS: Stando al vostro ordine, padrone, le ho fatte modellare in cera. Ho raccomandato al fabbro il pi grande segreto, gli ho dato danaro, ed eccole qui. E la lettera, padrone?
FRANKFORD: Eccola, prndila. (Gli d la lettera.) Quando tu mi vedrai l seduto a tavola e nel mio miglior buonumore, me la recherai.
NICHOLAS: Lo far, padrone, senz'altro lo far.
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(Exit.)
(Entrano Mistress Frankford, Cranwell, Wendoll e Jenkin.)
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MISTRESS FRANKFORD: Birbante, son gi le sei sonate! Va e ordina che mettano la tovaglia e servano da cena.
JENKIN: Sar fatto, padrona. Dov' Spigot, il dispensiere, per darci fuori il sale e i trincianti?
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(Exit.)
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WENDOLL: Siamo stati a caccia tutto il giorno ed eccoci qua con gli stomaci ben preparati. Master Frankford, vi abbiamo desiderato con noi oggi alla nostra partita.
FRANKFORD: Il mio cuore era con voi, e la mia mente pure. Master Cranwell perch siete ancora cos triste? Una scranna, una scranna. E dov' Jenkin? dov' Nic? Era tempo di pranzo almeno un'ora fa. Che notizie abbiamo?
WENDOLL: Nessuna buona nuova.
FRANKFORD: Ma io ne so di ben troppo brutte.
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(Entrano Jenkin col dispensiere, recando tovaglia, pane, trincianti e sale.)
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CRANWELL: Mi sembra, signore, che potreste bene interessarvi al caso del fratello di vostra moglie perch sia pi umano nei riguardi del povero Sir Charles che, a quel che sento,  imprigionato nel castello di York, in gran penuria e afflittissimo.
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(Exeunt Jenkin e il Dispensiere.)
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FRANKFORD: Se faccende pi gravi non me l'avessero impedito, avrei certo fatto del mio meglio per metter pace fra loro. L'avrei proprio fatto.
MISTRESS FRANKFORD: Scriver a mio fratello.
WENDOLL: Farete una vera carit e ben rimeriterete della stima di tutti i vostri amici.
FRANKFORD: E voi ne siete uno, Master Wendoll. So che amate Sir Charles e mia moglie pure.
WENDOLL: Egli merita l'affetto di ogni sincero gentiluomo: siatene giudice voi stesso.
FRANKFORD: A cena, oh! E voi, Wendoll, se mi volete bene, come ne son sicuro, state allegro stasera e siate piacevole e anche un po' pazzerellone, se v'aggrada. E voi, dolce Master Cranwell, fate l'eguale... Moglie, ti confesso che il mio cuore non fu mai tanto proclive all'allegrezza. Ma dove sono quei birbanti che ci dovrebber servire da cena?
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(Rientra Nicholas.)
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NICHOLAS: Qui c' una lettera per voi, padrone.
FRANKFORD: Quand' venuta? e chi l'ha portata?
NICHOLAS: Un monello che attende da basso la vostra risposta e che mi disse provenire da York.
FRANKFORD: Fallo entrare in cantina ad assaggiare una tazza della nostra birra marzolina. Via, fallo bere.
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(Legge la lettera.)
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NICHOLAS: Lo far bere come un Trojano...
FRANKFORD: I miei sproni, i miei stivali! Dov' Jenkin?... Come trascuro i miei affari, Dio mi perdoni!... Moglie, guarda qua. Un grave impegno mi attende per domani alle otto: il mio avvocato mi scrive che debbo trovarmi da lui per testimoniare... altrimenti saran guai anche per me. Dove sono i miei stivali?
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(Rientra Jenkin con stivali e sproni.)
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MISTRESS FRANKFORD: Ma spero che non vorrai partirtene a cavallo, stanotte.
WENDOLL: (a parte) Io invece lo spero.
FRANKFORD: Jenkin, gli stivali! Dov' Nic? Sella il mio roano. Scusatemi, ma ci molto mi preme. Gentile Master Cranwell e Master Wendoll, godetevi in mia assenza la mia casa, in lungo e in largo.
WENDOLL: O Master Frankford, volete proprio andarvene via a cavallo cos, di notte? Le strade son pericolose.
FRANKFORD: E perci me ne andr bene armato. E cos far Nic, il mio uomo.
MISTRESS FRANKFORD: O non potrei piuttosto destarti domattina alle cinque?
FRANKFORD: No, in fede, moglie mia. Non  cosa troppo facile levar su a quell'ora per colei che amo caramente: no, non voglio lasciare in pena una cos cara compagna di letto. Eh, tu m'hai reso un pigraccio da quando t'ho conosciuta.
MISTRESS FRANKFORD: Ebbene, se proprio occorre che tu vada, lascia almeno che preghi Master Wendoll di accompagnarti.
WENDOLL: Ma di tutto cuore, dolce signora. I miei stivali, oh!
FRANKFORD: Per carit! Che pei miei affari privati debba scomodare i miei amici, metter a soqquadro tutta la casa!... Nic.
NICHOLAS: Padrone!
FRANKFORD: Porta fuori il polledro. (Exit Nicholas) Se mi volete bene, amico, non aggiungete altro. La mano, buon Master Cranwell.
CRANWELL: Che Dio v'accompagni, signore, e vi dia buon cammino.
FRANKFORD: Bonanotte, dolce Nan: qua, qua, dammi un bacio. (A parte) Labbra nemiche che ormai non v'adattate pi al mio cuore!
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(Exit.)
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WENDOLL: (a parte) Affari, tempo e ore, tutto graziosamente va d'incanto e mi incalza verso il mio novello amore. Adesso sar io il marito qui, sar io che ho il governo della casa... (Forte) Dolce compagna, sar un piacere stanotte non cenare apertamente, come sempre, ma nel segreto della tua camera...
MISTRESS FRANKFORD: O signor mio, ma tu sei troppo ardito e la moglie di Master Frankford...
CRANWELL: Scusatemi se vi chiedo il favore di salire alla mia camera. M'ha preso un improvviso malore; vorrei astenermi dal pranzare.
WENDOLL: Luci, oh! E badate, signore, che abbiate a non mancare di nulla: non fate torto a questo bravomo, ed a me.
CRANWELL: E sia, signore. Bonanotte.
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(Exit.)
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WENDOLL: Come tutto contribuisce a ricolmarmi il petto di gioia. Vieni, Nan, ti prego, andiamo a cenare l dentro.
MISTRESS FRANKFORD: Oh qual pastoia  all'anima il peccato! Noi pallidi peccatori siam tutti pieni di paura: in ogni occhio sospettoso vediamo prossimo il pericolo, mentre coloro i cui limpidi cuori son liberi da ogni male sprezzano il calunnioso mormorio della gente e impavidi sfidano la sventura.
WENDOLL: O l, l, tu mi parli come una puritana.
MISTRESS FRANKFORD: Tu m'hai tentata al male, Master Wendoll. Non so pi quel che mi dica, pi nulla ricordo... Quel passo a cui scervellata m'abbandonai una volta, debbo ora attraversarlo pien di timore... Vieni, entriamo. Posto un piede nel peccato ci stiamo ormai sprofondati dentro sino al capo!
WENDOLL: L'anima mia  ebbra di gioia oltremisura. Voglio sguazzare nel pi ricco tesoro di Frankford!
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(Exeunt.)
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ATTO QUARTO.
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Scena 4. Altra parte della casa.
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Entra Cicely, Jenkin e Spigot.
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JENKIN: La mia padrona e Master Wendoll, il mio padrone, cenano insieme stanotte nella camera di lei... Cicely, scommetto che avresti preferito esser cuoca anzich cameriera. Fra di noi, che ne pensi di quest'amore?
CICELY: C' un vecchio proverbio: "quando la gatta  assente i topi ballano".
JENKIN: Tu parli di gatti, Cicely, ma io ci sento il ratto.
CICELY: Ben detto, Jenkin, a meno che tu sia poi chiamato a risponderne.
JENKIN: Ebbene che Dio non voglia che la padrona sia disonesta. Prega Dio che il mio nuovo padrone non faccia qualche brutto tiro al nostro vecchio padrone... e che se lui e lei cenano insieme non abbiano poi a giacersi insieme. E che serbi casta la mia padrona, insieme a noi tutti, suoi servi... Ma ti dir di pi: eccoti la mia mano, ma tu non avrai mai il mio cuore se non dici: Amen!
CICELY: Amen, prego Dio!
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(Entra un valletto.)
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VALLETTO: La padrona mi manda a dire che facciate meno chiasso, e chiudiate le porte e ve ne andiate a letto tutti quanti. Quanto a te, Jenkin, tu stanotte farai da portiere e chiuderai tutte le porte.
JENKIN: E cos a poco a poco io m'intrufolo nello studio... Su, a cuccia, signori, a cuccia che son gi le undici!
VALLETTO: E quando avrai chiuse le porte manderai su le chiavi alla mia padrona.
CICELY: E fai presto, per amor di Dio, Jenkin, se ho da portarle queste chiavi.
JENKIN: A letto, buon Spigot, a letto, ottimi servi. E stanotte dormiamo tutti sodo, come porci sullo strame.
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(Exeunt.)
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ATTO QUARTO.
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Scena 5. Al di fuori della casa di Frankford.
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Entrano Frankford e Nicholas.
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FRANKFORD: Piano, piano... Abbiamo legati i nostri polledri a un albero poco distante di qui pel timore che col loro scalpitare avessero a rivelare il nostro arrivo. Non senti rumori?
NICHOLAS: Non sento che la civetta e voi.
FRANKFORD: Va bene. Il mio oriolo segna le dodici:  notte profonda. Dove sono le chiavi?
NICHOLAS: Eccole, padrone.
FRANKFORD: Quest' la chiave che apre il cancello: questa quella dell'atrio e quest'altra quella della scala di ricevimento. Ma quest'altra  quella ch' mezzana fra me e la mia vergogna, origine e cagione di tutti i miei sanguinanti pensieri e dove il pi alto ordine, il vero nodo di nuzial santit  stato profanato; essa conduce alla mia camera polluta, che un tempo era mio paradiso in terra, ma ora  il mio terrestre inferno: il luogo dove il peccato brulica in tutta la sua putredine... Ma il mio pensiero vaneggia... appressiamoci.
NICHOLAS: Non fate il minimo rumore, padrone, altrimenti la trama va in fumo.
FRANKFORD: Allungami la mia lanterna oscurata, e cammina piano.
NICHOLAS: Sar come passeggiassi sulle uova, padrone.
FRANKFORD: Un vasto silenzio ha sorpreso la casa, e questa  l'ultima porta. Attonimento, spasimo e terrore rombano contro il mio cuore come un pazzo che batta su un tamburo... O voi, Cieli, tentemi saldi gli occhi da ogni vista che possa trapassare la mia anima e se accadr ch'io abbia a vedermi davanti qualche infame spettacolo, colpiteli, accecateli! E se non questo, concedetemi tanta forza da vincere il mio danno e impedire che questa mia mano abbia a compiere un delitto!... E con questa preghiera io entro.
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(Exeunt.)
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ATTO QUARTO.
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Scena 6. L'atrio della casa di Frankford.
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Nicholas solo.
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NICHOLAS: Ecco una circostanza in cui un uomo pu esser fatto becco proprio mentre si d d'attorno a pescar il rivale... E se il caso fosse accaduto a me come  accaduto al mio padrone, ah perdio! ben io sarei entrato l dentro e avrei...
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(Entra Frankford.)
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FRANKFORD: Oh! oh!
NICHOLAS: Padrone, per Dio, padrone, padrone!
FRANKFORD: O me disgraziato! Li ho trovati l che giacevano strettamente abbracciati, l'uno nelle braccia dell'altra, in chiuso sonno. Ma perch io non volli mandare all'inferno, dannate, quelle due preziose anime, riscattate col sangue di Nostro Signore, mandarle davanti al Suo terribil giudizio, gravate di tutti i loro rossi peccati, le loro due vite si sono fermate sulla punta del mio stocco.
NICHOLAS: Ma, per Dio, padrone, perch li avete lasciati dormire? Vado a svegliarli.
FRANKFORD: Frmati. Lasciami posare un istante... O Dio! o Dio! Che non sia possibile disfare quel che s' fatto, richiamar indietro l'ieri? Che non sia possibile che il Tempo abbia a capovolgere la sua rapida clessidra per disdire tutti i giorni compiuti e redimere tutte quelle ore? O che il sole abbia a ricondurre indietro il suo cocchio prendendosi dal conto del Tempo tanti minuti finch abbia richiamate a s tutte queste stagioni, con tutti i minuti e tutte le azioni in essi compite, dal giorno in cui ella primamente m'offese con la sua colpa: per modo ch'io possa riprenderla ancora immacolata fra le mie braccia!... Ma oh, io parlo impossibili cose, cose che stanno oltre la luna... Dio mi dia pazienza... Vo' entrare e svegliarli.
NICHOLAS: (a s) Pazienza! Per forza! Meglio che cammini a piedi che straccare il cavallo!
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(Exit.)
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(Wendoll attraversa la stanza correndo in abito da notte e Frankford lo insegue con la spada sguainata. Ma una cameriera in camicia gli afferra una mano e lo trattiene. Frankford per un istante s'arresta.)
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FRANKFORD: Grazie, ragazza. Tu, simile all'angelo, colla tua mano m'hai trattenuto dal compiere un cruento sacrificio. (La cameriera esce.) E tu vattene, furfante, e il tuo atto vile opprima la tua anima come l'angoscia ha schiacciata la mia. E quando ricorderai le molte cortesie che ti ho usate e le comparerai col tuo bieco cuore, baster che tu le pesi con equit perch io sia vendicato... Vai, va da Giuda, tuo amico, e prega Dio ch'io non t'abbia a veder come lui, spenzolare a un albero di sambuco!
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(Entra Mistress Frankford in abito da notte.)
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MISTRESS FRANKFORD: Oh con quali parole, con quali ragioni e con che nome mai potr io impetrare il tuo perdono? Oh, perdono, perdono! Eppure io sono tanto lontana dall'ottenere una grazia cos soave quanto Lucifero dai regni dei Cieli. A chiamarti marito... O me disgraziatissima, che ho perduto pur il diritto di chiamarti con un tal nome, e non son pi tua moglie!
NICHOLAS: Perdio, padrone, sviene!
FRANKFORD: Risprmiati le lacrime, ch'io pianger per te e per te mi far rosso di vergogna, tanto son pieno di ludibrio e d'orrore.  pi duro, vedi, per me fissare la tua faccia colpevole che neanche la chiara fronte del sole... Che hai da dirmi?
MISTRESS FRANKFORD: Non vorrei avere pi lingua, n occhi, n orecchi, n comprendimento, n capacit... Quando mi frusterai come una cagna? quando mi calpesterai sotto i tuoi piedi? quando mi strascinerai pei capelli? Ancorch io sappia di meritarmi cento e cento altri tormenti maggiori assai di quelli che puoi infliggermi, pure tu, una volta mio marito, per quella femminilit di cui sono ora la vergogna essendone stata un tempo l'ornamento, e anche per Colui che ha redente le nostre anime, oh non colpire, non colpire la mia faccia, non farmi a pezzi con la tua spada: ma lasciami andare perfetta e non deformata alla mia tomba... Non son degna di prevalere in questi momenti, non son degna neanche di parlarti, n di alzare il mio sguardo verso di te, neanche di star in tua presenza. Ma pure, abietta come sono, questa sola cosa io temo. E dopo questo, se questo mi consenti, io sono pronta per la tomba.
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(S'inginocchia.)
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FRANKFORD: O Dio, armami di pazienza!... Alzati, su, che voglio chiederti qualcosa.  stato per bisogno che ti sei fatta sgualdrina? Non eri tu provvista di ogni utile diletto, di ogni cosa bella, anche al di l del mio possibile?
MISTRESS FRANKFORD: S, lo ero.
FRANKFORD: Dipese allora dalla mia incapacit? O sembr egli ai tuoi occhi un maschio pi adatto?
MISTRESS FRANKFORD: Oh no.
FRANKFORD: Non ti avevo io dato dimora nel mio petto? non ti avevo portata qui dentro al mio cuore?
MISTRESS FRANKFORD: S, fu cos.
FRANKFORD: Fu cos, fu cos: lo testimoniano le mie lacrime... (Al servo) Va e portami qua i ragazzi.
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(Entrano due servi coi due figlioletti.)
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FRANKFORD: O Nan, o Nan! se io non ho mai temuta la vergogna n stimati gli onori, n il guasto della mia casa, n che il mio caro amore potesse esser messo a repentaglio da un fatto cos turpe, per questi due ragazzi, per le loro giovani anime ignare che ormai portano sulle loro fronti inscritta la tua vergogna, la quale sempre pi crescer con gli anni, gurdali, gurdali, e poi effnditi in lacrime... (Al servo) Su, portali via, che i loro corpi potrebbero venir macchiati dal segno dei bastardi, e il tuo fiato d'adultera potrebbe raggelare i loro spiriti e trasmetter loro i tuoi infetti pensieri. Prtali via!
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(Exeunt i servi coi ragazzi.)
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MISTRESS FRANKFORD: In questa sola mia vita vivo cento morti.
FRANKFORD: Lvati, lvati su. Non ti far nulla di male. Soltanto mi ritirer un poco nel mio studio e tu udrai tra breve quale sar la tua sentenza.
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(Exit.)
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MISTRESS FRANKFORD: E se sar di morte, sar bene accetta... Ohim, io vile puttanella, che avendo un tal marito e tali figli non seppi gioirne! Oh per redimere il mio onore mi lascerei piuttosto mozzare questi seni, me li lascerei schiacciare, strappar via, sottoporre ad ogni tortura: anzi anzi, per elidere la mia colpa, giungerei perfino a metter a repentaglio la ricca e cara redenzione dell'anima mia! Egli non pu esser cos insensato da dimenticarmi, n posso esser io cos svergognata da accettare il suo perdono.
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(Entrano Cicely, Jenkin e tutti i servi, balzati allora dal letto.)
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TUTTI: O padrona, padrona, che avete mai fatto!
NICHOLAS: Perdio! ma che chiasso mi state facendo?
JENKIN: Mio Dio, padrona, ma come siete arrivata a questo? Ho visto il padrone correr via di furia in camicia, che neanche m'ha chiamato indietro a portargli i vestiti.
MISTRESS FRANKFORD: Che castigo! Io qui che ho perfin vergogna di guardar in viso i miei servi!
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(Entrano Frankford e Cranwell. Essa cade in ginocchio.)
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FRANKFORD: Le mie parole son gi registrate in Cielo, e tu ascoltami con pazienza... Io non ti vorr torturare n bollare col marchio delle sgualdrine ma col trattamento di una maggiore umilt tormentare l'anima tua e ucciderti con la dolcezza.
CRANWELL: Master Frankford...
FRANKFORD: Mio buon Master Cranwell... Donna, adesso ascolta la tua sentenza... Tu va e vstiti nel tuo modo migliore, poi prendi con te tutte le cose tue, senza lasciar nulla qui che possa dire che tu vi sei stata padrona, che la sola loro vista m'abbia a ricordare quale donna sei stata per me... Scegliti un letto e i parati per la tua camera e prendi con te anche ogni cosa che rechi le tue iniziali: dopo di che ti porterai al mio castello lungi di qua sette miglia, e l vivrai. Quel castello  tuo, io te ne fo dono, liberamente. I miei affittuari ti forniranno un carro per trasportarvi ogni cosa tua entro due ore. Non pi oltre questo tempo voglio vederti qui. E prendi con te quello dei tuoi servi che ti piaccia di pi: esso  tuo e attender alla tua persona.
MISTRESS FRANKFORD: Mite sentenza...
FRANKFORD: Ma poich tu ancor speri nel Cielo e credi che ancora il tuo nome possa venir ricordato nel libro della vita, t'ingiungo da questo triste giorno in poi che tu non m'abbia pi a vedere o cercar d'incontrarmi o inviarmi alcun messaggio o scritto o dono di sorta o altro che sia, onde tentar di commuovermi, o anche d'impietosirmi attraverso i nostri due figlioletti... E cos, addio per sempre, Nan: poich da qui innanzi noi saremo come due che non si fossero mai conosciuti e che non si vedranno pi mai.
MISTRESS FRANKFORD: Come gonfio sia il mio cuore tu lo vedi dai miei occhi. Non ho pi parole, non ho che lacrime.
FRANKFORD: Ed ora, vai. Prendi il tuo cocchio e la tua roba, e mettiti in via. I tuoi servi, ogni cosa  pronta. E tutto sia finito. Fu colpa della tua mano che, fendendolo pel mezzo, di un sol cuore ch'eravamo ne fece due.
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ATTO QUINTO.
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Scena 1. Ingresso della casa di Sir Francis Acton.
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Entrano Sir Charles Mountford e Susan, ambedue ben vestiti.
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SUSAN: Fratello, perch m'hai tu abbigliata come una sposa e mi hai acquistata questa veste brillante e questi gioielli?
SIR CHARLES: Non chiamarmi pi fratello, ma imagina ch'io sia qualche bandito, o qualche rude bifolco: poich se tu chiudi gli occhi e ascolti soltanto le parole che ti dir tu non mi potrai pi credere fratello, ma uno scellerato.
SUSAN: Ma che significa tutto ci?
SIR CHARLES: Tu mi ami,  vero, sorella? e allora vorresti vedermi trascinar la vita come un povero spiantato, in disgrazia a tutto il mondo? e andar al Creatore gravato di debiti verso i miei nemici? Sta in te rendermi libero da tutti questi guai: tu sola puoi strapparmi di dosso il peso di queste obbligazioni.
SUSAN: Volontieri, ma io non ho pi nulla, fratello, debbo pagarmi ancora gli abiti che indosso. Io non son degna...
SIR CHARLES: O sorella, non parlare cos: da te, da te sola, dipende il poter io sollevarmi da questo vile stato in cui mi trovo e mettermi alla pari del mondo. L, sorella, tu sei ricca: lo sei, lo sei.  in tuo potere avere senz'indugio cinquecento sterline con cui ripagare il debito ch'io ho verso Acton.
SUSAN: Fino ad ora avevo creduto che tu m'amassi. Sul mio onore, che ho sempre serbato puro come la luna, mai io feci caso della misera somma che usai per sopperire ai tuoi bisogni, e t'imagini ch'io voglia ammassar danaro da te. Ora che conobbi il modo di toglierti dalla schiavit dei tuoi debiti, in special modo verso quelli di Acton ch'io odio, voglio farlo a costo della mia vita e del mio sangue.
SIR CHARLES: Quanto dobbiamo ad Acton?
SUSAN: Cinquecento sterline: delle quali io ti giuro non posseggo un sol pnni.
SIR CHARLES: Ma non sar sempre cos. Rispondimi in coscienza. Quanto credi tu che darebbe Acton per gioire del tuo letto?
SUSAN: Ma colui non esiterebbe a sborsar mille sterline pur di recare una cos grave onta al nome dei Mountford.
SIR CHARLES: Mille sterline! e io ne devo soltanto cinquecento. Ebbene, acconsenti a lui, sorella, gli pagheremo anche gl'interessi.
SUSAN: O fratello!
SIR CHARLES: Altra via non v' per liquidare il mio debito: pagarlo col gioiello della tua purezza. Lo so, nel dirti questo il mio cuore freme di vergogna. Ma dimmi, dimmi, dovr io esser debitore in eterno ad Acton, mio grande nemico, mentre tu, tu recherai sempre intatto in te quel tuo gioiello di bellezza, pel quale egli tanto spasima?
SUSAN: Ma il mio onore io l'ho caro e prezioso quanto la mia redenzione stessa.
SIR CHARLES: Ed io appunto ti ho cara per la stessa stima che tu ne fai.
SUSAN: E vuole, mio fratello, ch'io mi mozzi le mani e le mandi ad Acton, vuole ch'io mi squarci il seno e gli faccia presente del mio sanguinante cuore?
SIR CHARLES: O nulla di tutto questo, sorella. Ma ascolta il mio ragionamento. Il tuo onore e la mia anima sono pari agli occhi miei e tuo fratello Charles non vorrebbe giammai sopravvivere alla tua vergogna. La liberalit di Sir Francis mi ha sopraffatto come un grave fardello e sotto quella sua buona azione piega la mia anima orgogliosa. Per poco ch'io fossi rimasto ancora in prigione di certo vi sarei morto. Dunque  ad Acton, che di l mi trasse, ch'io debbo la vita. Ora qual motivo credi tu che abbia spinto quel mio nemico a rendermi libero? Ma il tuo amore, sorella, il tuo amore. Egli con cinquecento sterline ha comperato il tuo amore. E adesso tu vorresti ch'egli non avesse a goderne? Vorresti che tutta questa pesante soma di riconoscenza fosse accollata soltanto a me e che tu non te n'avessi a sobbarcar la tua parte? Tu che condividi con tanta gioia la mia liberazione non vuoi esser solidale con me nel pagare il nostro debito? Debbo esser soltanto io a soffrirne?
SUSAN: Per quanto ne so, tali argomenti provengono da una onesta mente. Nella pi estrema ora del tuo bisogno, sprezzando di restar in debito verso una persona che tu odii. Anzi vorresti impegnare il tuo onore senza macchia che esser ritenuto un ingrato. Ti vorrei riprovare, ma ti vedo cos deciso nella tua determinazione, che vi acconsento. E cos Sir Francis mi avr e io son contenta.
SIR CHARLES: Per questo ti abbigliai cos elegantemente.
SUSAN: Ma ecco qua, guarda, un coltello che per salvare l'onor mio mi strapper la vita dal cuore.
SIR CHARLES: Ah cos mi piaci mille volte pi, sorella!... Considerate il suo amore fraterno: pur di liberarmi dal mio debito ella avrebbe fatto getto volontieri del suo onore, ma poi con mano decisa si sarebbe trafitta il cuore. O maraviglia! Piuttosto che macchiare il suo sangue era deliberata a perder la vita... Vieni, vieni qua, mia triste sorella: io voglio recare ad Acton un tale presente da renderlo stupefatto e a indurlo ad ammirarti oltre ogni sua imaginazione.
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(Entrano Sir Francis Acton e Malby.)
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SIR FRANCIS: Ebbene? Mountford con sua sorella? Qual miracolo?
MALBY:  cosa che induce ad ammirazione.
SIR CHARLES: Non stupite, vi prego, Acton: io vi debbo del danaro ed essendo per me impossibile offrirvi l'intera somma, guardate! a vostra soddisfazione, eccovi in pegno la mia cara sorella, il cui onore io ho pi caro di qualunque somma. Prendetevela. Essa  ben degna del vostro danaro.
SIR FRANCIS: Oh come vorrei che fosse vero!
SUSAN: Signore, non imputate la cosa a mia immodestia. Mio fratello essendo di null'altro ricco che del suo affetto per me, come gli consente la sua povert, vi fa dono della mia persona, ch' tutta la sua ricchezza.  questo un tal dono che comunque l'apprezziate, egli ha in gran pregio e non avrebbe mai voluto cedere ad alcuno: ma pur di sciogliersi dal vostro debito, ecco ve ne fa dono.
SIR FRANCIS: (a parte) O mio crudo cuore, plcati: pntiti alfine della tua prima ferocia. Si vide al mondo e in alcun tempo mai una pi pura gentilezza? Terra, onore, vita, e vada in malora il mondo piuttosto che rimaner creditore di un tale incomparabile nemico...
SIR CHARLES: Acton, essa  troppo povera per essere vostra sposa e io ti son troppo avverso per esserti cognato. Prendila, prendila con te: se ti basta il cuore di rapirla o di farne lussuriosa preda per infamare la nostra casa che fu sempre incontaminata, e uccidere lei che non ti fece male e uccider me ora che tu una volta salvasti da morte, fllo e fllo sull'istante: che a tutto ella  decisa e perir nella sua immacolata purezza.
SIR FRANCIS: Ma voi mi soverchiate col vostro affetto, Sir Charles. Non voglio pi incrudelire contro colei ch'io adoro. E poich per pagare il vostro debito non avete esitato a mettere a repentaglio l'onore di vostra sorella e con lei tutti gli agi e le gioie che avete sulla terra, pur essendo vostro nemico voglio ricompensare i vostri buoni pensieri. Il vostro nemico accoglie dunque il vostro dono in riparazione di tutti i vostri torti di un tempo. Questo gioiello di vita io porter dentro al mio cuore e mentre prima d'ora io la reputavo troppo vile per esser mia sposa, ecco che, per venirne a una, io dichiaro voi mio cognato e lei mia moglie.
SUSAN: Adesso siete voi che ci sopraffate. Ma voglio cedere alla sorte: vo' apprendere l'amore dove sinora era odio.
SIR CHARLES: Avete affascinato la mia anima e m'avete fatto ricco con queste vostre parole. Ed eccomi, in verit, pi indebitato di prima. Ma ricco del vostro affetto, Sir Francis, ormai non sar pi povero.
SIR FRANCIS: Tutto ch' mio  tuo. Siamo pari. Trasfondiamo nell'amore ci che fu contrasto ed odio. Andiamo! Provvediamo subito alle nostre nozze, beato d'aver acquistato un cognato e una cara sposa.
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(Exeunt.)
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ATTO QUINtO.
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Scena 2. Una camera nella casa di Frankford.
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Entrano Cranwell, Frankford e Nicholas.
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CRANWELL: Perch andate frugando per ogni dove, Master Frankford, ora che avete spedito via vostra moglie?
FRANKFORD: O signore,  per vedere che non sia qui rimasto nulla di suo. L'amai caramente, ma soltanto che m'indugi un poco a ripensare alla sua vilt ecco che i miei pensieri diventano un inferno. Per sfuggire loro non vo' aver qui n un suo puntale, n una cuffia, n un braccialetto, n una collana, n una gorgeretta; nessuna, nessuna cosa che sia stata sua o che me la possa rammentare.
NICHOLAS: Perdiana, padrone, ecco qua il suo liuto.
FRANKFORD: Dio mio! Sopra questo strumento le sue dita facevano scorrere rapide battute assai pi dolci a udirsi di quelle che ora echeggiano nei nostri cuori. O Master Cranwell, spesso questo malinconico legno ch' ora cos muto e chiuso per causa sua, ella ha fatto sussurrare dolcemente in ogni sua nota, congiunto alla sua voce affascinante. Ma adesso porttelo via! E che nulla pi rimanga di lei.
NICHOLAS: La raggiunger a cavallo e le porter il vostro messaggio; poi torner qui.
CRANWELL: Prendete tempo, Frankford, se non vi spiace, ch'io informer Sir Francis di quanto  avvenuto fra voi e sua sorella.
FRANKFORD: Ftelo, se non vi spiace, Master Cranwell. In qual triste sorte mi trovo! Vedovo prima che mia moglie sia morta!
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ATTO QUINtO.
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Scena 3. Strada di campagna.
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Entrano Mistress Frankford con Jenkin e Cicely, un cocchiere, tre carrettieri.
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MISTRESS FRANKFORD: Ordina al mio cocchio di fermarsi... Come posso posteggiare in pace, scagliata cos in basso dalla mano del destino? Ch'io m'abbia luoghi degni della mia disgrazia: la terra per sedere e per letto la tomba.
JENKIN: Dtevi pace, padrona: ci avete gi bagnato il cocchio con tutte le vostre lacrime. Ci restano due miglia sole per arrivare al castello.
CICELY: Padrona mia, ftevi coraggio. L'affanno, lo vedete, non vi d sollievo: e pure noi ci affliggiamo a vedervi cos desolata.
CARRETTIERE: Padrona, scorgo uno degli uomini di Master Frankford che viene alla nostra volta.  probabile che rechi qualche nuova.
MISTRESS FRANKFORD: Se viene da Master Frankford, sia il benvenuto: e cos le sue nuove.
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(Entra Nicholas.)
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NICHOLAS: (porgendole il liuto) Ecco qua, padrona.
MISTRESS FRANKFORD: Conosco questo liuto. Spesso ho cantato toccando le sue corde. Ma ora ambedue siam fuori di tono, e di tempo.
NICHOLAS:  il peggiore degli strumenti che abbiate mai sonato. Il mio padrone ve lo rimanda:  tutto ci che ha trovato in casa di vostro. Egli non ha voluto che altro di vostro vi restasse tranne il suo cuore e questo strumento, che vi fa tenere. Tutto quello ch'ho da dire in nome suo  ch'egli vi prega di dimenticarlo, e vi manda il suo addio.
MISTRESS FRANKFORD: Lo ringrazio, lo ringrazio.  gentile, come sempre lo fu. Tutti voi che sentite il mio dolore e conoscete il bene che ho perduto e avete un cuor pietoso sttemi attorno e fate in modo che le mie lacrime possano lavare il mio triste peccato. Il mio liuto esaler lamenti; se non pianger sapr almeno lagnarsi e sospirare.
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(Entra Wendoll.)
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WENDOLL: (nascosto) Inseguito dall'orrore d'un'anima colpevole, sferzato dallo staffile del rimorso, fuggo la mia ombra. O mie stelle! Ma che cosa han dunque meritato i miei genitori che abbiate a lasciar cadere il vostro pentimento sul loro figlio? Sol ch'io ripensi all'affetto che Master Frankford aveva posto in me e lo paragoni al mio nero tradimento, sol che confronti la mia bramosia d'ucciderlo con la sua d'innalzarmi, mi coglie un terrore simile a schianto di folgore e mi va a fuoco tutto il sangue. E cos, pari a gufo che ha in orrore il giorno, vivo per questi ombrosi boschi, temendo ogni foglia che si muova o soffio di vento, eppure tanto desideroso di saper qualcosa del come egli s' comportato con lei. (Vede Mistress Frankford.) O mio amaro destino! Lei, lei qui e tanto lontana da casa e fra questa gente! Ohim! Due vere tortore ho separate che vivevano cos bene insieme!
MISTRESS FRANKFORD: (a Nicholas) Se ritorni dal mio padrone digli (ma non in mio nome che son indegna io, prostituta, di profferire il suo) digli che tu m'hai visto piangere e augurarmi la morte: anzi tu puoi dirgli pure che la notte scorsa m'hai vista mangiare e bere per l'ultima volta. Questo al tuo signore puoi riferire e giurare: che questo sta scritto in Cielo e qui io ho decretato.
NICHOLAS: Dir che v'ho vista piangere, giurer che m'avete tanto afflitto. (A parte) Ebbene, occhi miei, che dobbiamo noi fare? Io decisamente ritorno bambino.
WENDOLL: (a parte) Ma io piangere non posso perch il mio cuore  tutto fuoco. Maledetto il frutto del mio lubrico desio!
MISTRESS FRANKFORD: Prendi il mio liuto e spzzalo sulla ruota del cocchio e che l vi dia l'ultimo suo concento.  questo il mio addio a ogni gioia terrena. Questo riferisci al mio signore.
NICHOLAS: Se lo potr, piangendo.
WENDOLL: (a parte) O dolore, trattienmi tu, o, simile a demente, io mi avvento a frenetica corsa.
MISTRESS FRANKFORD: Tu vedi la pi miserabile donna che sia al mondo. Una donna fatta di lacrime. Troverai tu parole per raccontarlo al tuo signore? La mia profonda angoscia nessuna lingua potr dire: pure per quanto  in tua facolt, narra tutte le mie angosce al tuo triste signore.
NICHOLAS: Lo far, padrona.
MISTRESS FRANKFORD: Ma non parlarne ai miei bambini: ho ormai rinunciato ad essi. A loro non raccontar nulla, quando incominceranno a balbettare il nome di madre: e sgrdali se il caso vorr ch'essi vengano a conoscere quest'odiosa parola: d loro ch' una sciocchezza, ch' un nonnulla: che quand'essi la proferiranno, povere ignare animuccie! non sapranno di arpeggiare sulla loro vergogna!
WENDOLL: (a parte) Ma che potrai fare, Wendoll, per riparare a una tale colpa? L'hai privata del marito e dei figli!
MISTRESS FRANKFORD: Non ho altro a dirti. Non fare mai il mio nome. Riferisci quanto hai veduto.
NICHOLAS: Lo far.
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(Exit.)
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WENDOLL: (a parte) Voglio parlarle e confortarla del suo strazio, se le sue ferite fossero di quelle che si curano con parole. Ma non importa, far del mio meglio per dar qualche sollievo a colei che uccisi.
MISTRESS FRANKFORD: E adesso in carrozza, poi a casa e, cos fosse, alla mia tomba: che da questa triste ora in poi io non prender pi cibo n bevanda n alcuna cosa che mi possa tenere in vita: e non vorr sorridere n dormire n riposare: ma quando le mie lacrime mi avranno lavata l'anima, o dolce Salvatore, alle tue mani raccomander il mio spirito.
WENDOLL: O Mistress Frankford!
MISTRESS FRANKFORD: Per carit di Dio, fuggite, fuggite! Il demonio ha voluto tentarmi ancora prima ch'io muoia... Il mio cocchio! Questo diavolo che con viso d'angelo m'ha rubato l'onore  gi ai miei occhi pentiti tutto sconciamente nero!
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(Exeunt tutti, tranne Wendoll e Jenkin. I carrettieri fischiano.)
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JENKIN: Che? Ma colui  il mio giovin padrone scappato in camicia! Ma come mai ancora vestito?... Ebbene ci avete fatto un bel pasticcio in casa, voi, non vi pare? Ho da servirvi ancora o avete ormai disertato la nostra vecchia dimora?
WENDOLL: Via, via di qui canaglia! Via con le tue facezie fuor di luogo! E a meno che tu possa versar lacrime e sospirare e urlare, maledici la tua triste sfortuna!
JENKIN: Oh l l, se non volete  un'altra faccenda. Addio e impicctevi! Per non avreste mai dovuto metter su un tal putiferio in casa nostra: che avremmo voluto farvi filar via a pedate, come uno spirito.
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(Exit.)
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WENDOLL: (a parte) Essa  andata alla morte. E io vivr nella miseria e nell'angoscia. La sua vita, il suo peccato tutto sta sopra la mia coscienza. E adesso io dovr andarmene ramingo come Caino per straniere contrade e remoti climi, dove nessuno ancora conoscer la mia ingratitudine. Andr da prima in Francia poi in Germania poi in Italia: e quando mi sar rimesso e col viaggiare avr saputo appropriarmi i diversi linguaggi, e quando l'eco di questi rumori si sar calmato, allora torner. Penso che i miei molti meriti e le mie imprese lodati da qualche gran signore al mio ritorno mi gioveranno per occupare qualche posto a corte.
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(Exit.)
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ATTO QUINtO.
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Scena 4. Davanti al Castello.
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Entra Sir Francis Acton, Susan, Sir Charles Mountford, Cranwell e Malby.
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SIR FRANCIS: Cognato mio, e tu ora mia moglie, penso che tutti questi guai mi son caduti sul capo per giustizia divina, poich essendo stato congiunto a te, cognato, nelle medesime avversit, ora ci siamo riconciliati. Vorrei che mia sorella riuscisse a superare i suoi affanni come noi abbiamo superati i nostri.
SUSAN: Master Cranwell, voi ci riferite cose sorprendenti sulla pazienza di Master Frankford e sullo strano animo con cui egli sopporta la sua sventura.
CRANWELL: Ve l'ho detto che son stato testimonio. Ebbi la fortuna di alloggiare in casa sua quella notte.
SIR FRANCIS: Ah quel furfante di Wendoll! Fu egli a trascinarla a perdizione. Ch'ella per s era casta e devota...  questa la casa?
CRANWELL: S, signore. Credo che vostra sorella sia qui.
SIR FRANCIS: Mio cognato Frankford si  mostrato troppo debole nel vendicarsi di s odioso fallo. Meno di quello ch'ei fece nessun uomo di spirito avrebbe potuto mai fare. Ma io son cos lungi dal riprovare una tale forma di vendetta che anzi la lodo. Mi fossi trovato io a quel posto ti dico che di colpo le loro anime sarebber state liberate dai loro petti. Solo morte a tali delitti di vergogna  giusta ricompensa.
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(Entrano nel castello.)
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ATTO QUINtO.
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Scena 5. Una camera del Castello.
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Entrano Sir Francis Acton, Susan, Sir Charles Mountford, Cranwell e Malby.
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JENKIN: O mia signora, mia signora, mia povera signora!
CICELY: O non fossi mai nata! Che posso fare per voi, povera signora?
SIR CHARLES: Ebbene, che ha?
JENKIN: Appena ella ebbe udito che suo fratello e i suoi amici erano in procinto di venirla a visitare, cadde in tale deliquio che a stento potemmo ritornarla in vita.
SUSAN: Ahim, ch'ella non sopporter un destino cos crudo!
SIR FRANCIS:  ella tanto debole?
JENKIN: Vi posso assicurare, signore, che non v' pi speranza di vita in lei, dacch non vuol prender cibo di sorta. In poche parole ella si lascia morire di fame.  sottile come un giunco. Non aspetta che la sua ultima ora. Molti gentiluomini e gentildonne della contrada vengon qui a darle un po' di conforto.
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(Exeunt.)
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ATTO QUINtO.
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Scena 6. Camera da letto di Mistress Frankford.
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Mistress Frankford a letto. Entrano Sir Charles Mountford, Sir Francis Acton, Malby, Cranwell e Susan.
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MALBY: Come state, Mistress Frankford?
MISTRESS FRANKFORD: Male, male, oh male! Volete far entrare un poco d'aria?... E ditemi, dite, dov' Master Frankford? Non vuole egli degnarsi di venirmi a vedere prima ch'io muoia?
MALBY: S, Mistress Frankford, diversi gentiluomini vostri vicini, a questo scopo appunto si son recati da lui e gli hanno riferito del vostro debole stato: ed egli ancorch stentasse crederlo, considerando il vostro pentimento e il vostro gran desiderio di rivederlo prima che lasciate il mondo, ci promise che ci avrebbe seguiti, e certo, certo sar qui fra breve.
MISTRESS FRANKFORD: Mi fate rivivere con queste grate notizie... Alzatemi un poco su, vi prego, su l'origliere... Mi son fatta rossa in viso, cognata? Son io rossa, Sir Charles? Non leggete il mio fallo scritto sul mio viso? Il mio delitto non  l? Ditemi, signori!
SIR CHARLES: Ahim, buona signora, la malattia non ha lasciato sangue abbastanza sul vostro viso per farlo arrossire.
MISTRESS FRANKFORD: Cosicch se mio marito viene, la mia malattia, come buona amica, vorr celare il mio peccato... La mia anima cerca di ritardare il suo arrivo, ma io ormai sono pronta per il Cielo.
SIR FRANCIS: Ero venuto per rimproverarti, sorella, ma le mie parole severe si son voltate in piet e compassione. Ero venuto per giudicarti ma, lo vedi, il mio rimprovero finisce in lacrime... Ma ecco Master Frankford.
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(Entra Frankford.)
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FRANKFORD: Buon giorno, cognato, buon giorno, signori. Iddio che ha calato questa croce sopra le nostre spalle, pot, che cos gli piacque, farci ritrovare sopra un terreno pi pacato. Ma Egli ci ha pure fatti a questo dolore.
MISTRESS FRANKFORD:  egli venuto? Mi pareva di udir una voce che conosco...
FRANKFORD: Come stai?
MISTRESS FRANKFORD: Bene, Master Frankford, bene. Ma star meglio, spero, fra qualche ora. Volete voi concedermi, nella vostra grazia ed umanit, di prendere per una mano questa povera sgualdrina?
FRANKFORD: Questa mano una volta stringeva il mio cuore con un legame pi stretto di quanto ora essa stia aggrappata alla mia. Dio perdoni a coloro che per la prima volta la costrinsero a spezzarlo.
MISTRESS FRANKFORD: Amen, amen... Dimenticando il mio ardente desiderio del Cielo a cui io sono ormai avvinta, sono stata cos impudente di bramarti qui con me; e ancor una volta ti chiedo perdono. O uomo buono, o padre dei miei bambini, perdonami, oh perdonami, perdonami! Il mio fallo  stato tanto odioso che se in questo mondo non lo dimentichi, neppure i Cieli vorranno mai perdonarmelo nel mondo di l. Tanta debolezza  ormai nelle mie ginocchia che piegarmi davanti a te non posso, ma sulle ginocchia del mio cuore ti giuro che la mia prostrata anima si gitta ai tuoi piedi, e implora il tuo perdono... Perdono, oh perdono!
FRANKFORD: Liberalmente dalle profonde latebre dell'anima, come il Redentore ha perdonato ai suoi uccisori, io ti perdono. Verser lacrime per te e per te pregher e nella pura piet del tuo triste stato vorr morire con te.
TUTTI. E tutti noi.
NICHOLAS: Ma io no, eh! Sospirer, e magari, singhiozzer, ma, in fede mia, di morire proprio non me la sento.
SIR FRANCIS: O Master Frankford, la nostra stretta parentela ch'io perdo in lei, verr rinnovata in te. Tu mi sei cognato prossimo: la sua parentela dilegua, ma la tua rimane.
FRANKFORD: Anche in vista del perdono che il gran Giudice dei Cieli ci vorr concedere al giorno supremo, che tu sia perdonata, moglie mia. La tua impudente offesa ha divorziato i nostri corpi, ma le tue lacrime di pentimento hanno ricongiunte le nostre anime.
SIR CHARLES: Voi vedete, Mistress Frankford, ch'egli v'ha perdonato. Sollevate lo spirito, rallegrate la vostra debole anima.
SUSAN: Che cos'avete?
SIR FRANCIS: Come vi sentite, signora?
MISTRESS FRANKFORD: Non son pi di questo mondo...
FRANKFORD: Lo vedo, lo vedo, e nel vederlo io piango... Mia moglie, la madre dei miei dolci bambini! Ed ecco, i loro perduti nomi io ti ritorno e con un bacio ti sposo un'altra volta. Ancorch ferito nella mia coscienza, ancorch con tanto tormento ti giaccia sul tuo letto di morte, su l'anima mia ti giuro che onesta nel cuore tu muori.
MISTRESS FRANKFORD: Perdonata in terra, anima mia, sarai libera in Cielo... Baciami, baciami un'altra volta ancora, sposo mio... La tua donna muore cos a te abbracciata...
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(Muore.)
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FRANKFORD: Da poco sposata e gi in vedovanza... Oh!  morta,  morta, e fredda tomba sar il suo letto nuziale.
SIR CHARLES: Signore, dtevi pace: spartite fra noi il vostro greve dolore. Gli uragani divisi perdon di forza e minor rabbia li guida.
CRANWELL: O fatelo, Master Frankford. Colui che ne subir la minima parte ne avr pur sempre abbastanza da annegare un cuore sconvolto.
SIR FRANCIS: Pace, pace a te, Nan. E tutti noi qui, parenti e gentiluomini di Frankford, spargiamo funeree lacrime sul corpo di lei... Cognato mio, avessi tu punito con minaccie e cattivi modi il peccato e il danno ch'ella rec al tuo cuore, lo strazio dell'offesa non le avrebbe toccato il suo con tale verit di dolore.
FRANKFORD: No, non l'avrebbe, ed  perci che in memoria di lei a lettere d'oro io vorrei che sulla sua tomba fosse scolpito questo epitaffio: "Qui giace colei che il marito uccise con la dolcezza".
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FINE.